Molto più che una partita: Argentina-Inghilterra è già un conflitto. Con la squadra sudamericana che vestirà l'iconica maglia blu da trasferta per evocare la Mano de Dios di Maradona della leggendaria vittoria del 1986, a soli quattro anni dalla guerra delle Falklands-Malvinas. Nelle ultime ore, nei tabloid britannici è virale quel video dei giocatori argentini, ebbri di sudore e retorica, che intonano il loro mantra identitario: "Por los pibes de Malvinas que jamás olvidaré…", sui cosiddetti eroi delle Malvinas che mai verranno dimenticati. Un sincretismo nazionalista in cui un tragico evento bellico si traduce in motivazione per un match sportivo. La FIFA se ne lava le mani, ma la miccia è accesa: una partita di pallone pronta a esplodere per l'ennesimo cortocircuito geopolitico. Una cosa che per la testa europea contemporanea è semplicemente inammissibile, visto che fino a ottant'anni fa eravamo un cumulo di macerie e milioni di morti per la Seconda Guerra Mondiale e abbiamo faticosamente imparato a separare i confini nazionali dal rettangolo di gioco.
Laggiù no. Laggiù il patriottismo si consuma con l'entusiasmo rutilante di una festa popolare tra asado, birra e ganja, evocando la quarta stella, Maradona, Messi e i cosiddetti eroi delle Malvinas. Guai a chiamarle Falklands. Per loro saranno sempre e solo Malvinas: "Las Malvinas son Argentinas", scritta che vedi svettare gigantesca sui muri dei barrios, fin nel porto sperduto di Ushuaia. Ma se gli argentini vivono questa ossessione mistica per il calcio, se hanno trasformato un gioco di bruti in una drammaturgia nazionale, in fondo lo devono a noi. A noi italiani. I nostri avi, partiti dalle patrie sponde con le pezze al c*lo e le proverbiali scatole di cartone legate con lo spago, hanno portato quel germe fin laggiù. Certo, furono i marinai inglesi a tirare i primi calci nel porto di Buenos Aires, ma a colonizzare l'immaginario sono stati los tanos, come vengono chiamati gli argentini con radici nostrane. Basterebbe farsi un giro alla Boca, il quartiere degli antichi migranti genovesi, per cogliere l'anima del club più iconico del Paese, il Boca Juniors: i nostalgici della Lanterna che fondarono quella squadra lasciarono in eredità ai tifosi le lontane radici di Xeneizes – genovesi, appunto – scritta ancora oggi orgogliosamente stampata sul retro delle maglie. Io stesso sono stato di passaporto argentino fino ai diciott'anni, grazie ai natali di mia madre che mi ha sempre parlato in castellano, lo spagnolo di lì. Nato e cresciuto qui, ma con ancora una costellazione di parenti sparsi tra la Capitale e il vento della Patagonia. Il legame tra Italia e Argentina è una fusione biologica e linguistica. C'è stato il lunfardo, gergo dialettale in uso nella mala di Buenos Aires, un'intelaiatura di genovese, napoletano e influenze padane impastate con l'idioma locale. Pure il tango, che molti oggi vivono come una rassicurante coreografia seduttiva da dopolavoro, ha subìto la stessa colonizzazione. All'inizio, ai tempi della conquista spagnola, era la colonna sonora dei bordelli. Una faccenda sbrigativa e claustrofobica: per evitare risse o duelli ravvicinati, si ballava solo tra uomini, in attesa del proprio turno con le prostitute. Quando sono arrivati gli italiani, ci hanno infilato dentro il bandoneón - cugino depresso della nostra fisarmonica - e hanno sdoganato l'abbraccio uomo-donna, trasformando un rituale di contenimento in un atto di nostalgia speculare. Da una parte si ballava per dimenticare la fame, dall'altra per ricordare la sponda di partenza.
Siamo le due facce di una stessa medaglia migratoria. C'è stata la diaspora del primo Novecento, quella disperata dei nostri che andavano a cercar fortuna in Sudamerica per non morire di pellagra, e c'è la diaspora al contrario dei giorni nostri, con le file davanti al consolato italiano di Calle Reconquista. Ragazzi che si aggrappano a un qualche bisnonno di Cuneo o di Avellino pur di strappare un passaporto comunitario e un biglietto di sola andata. Insieme ai passaporti, abbiamo esportato un intero codice genetico fatto di cibo e costumi, una simbiosi, tuttavia, che sta sbiadendo. Dagli anni Novanta in poi, anche la tipica inflessione cantilenata si è progressivamente persa. Le nuove generazioni e le massicce migrazioni dai paesi limitrofi hanno ridisegnato la mappa fonetica e antropologica del Paese, relegando l'italofonia tra i ricordi in bianco e nero. In comune, però, ci è rimasta l'inammissibile vocazione per l'uomo – o la donna – forte. La nostra congenita attrazione per il leader supremo. Se i nostri antenati italiani hanno applaudito Mussolini dal balcone di Piazza Venezia, i cugini d'oltreoceano hanno acclamato Juan Domingo Perón, il leader massimo che dal Duce ha colto a piene mani estetica e retorica corporativa. Un filo nero – a volte camuffato da rosso – che arriva dritto fino ai Generali della feroce giunta militare, quelli evocati e persino finanziati dalla parte più reazionaria della società civile e confindustriale col pretesto di spazzare via la guerriglia dei Montoneros e qualunque cosa puzzasse di dissenso, di sindacato o di sciopero nelle loro fabbriche.
Ed è qui che la favoletta del coro sulle Malvinas crolla sotto il peso del ridicolo. Una parte della sinistra di qui accoglie questa retorica, come riscatto anticoloniale, col solito romanticismo pruriginoso, come se tutto fosse tratto da un romanzo di Soriano. Ci vedono Davide contro il Golia dell'egemonia britannica nordatlantica e la sanguinaria e perfida Margaret Thatcher. Peccato che la realtà sia una faccenda assai più sporca, crudele e triste. Quei ragazzi mandati a morire congelati nelle trincee delle isole non erano l'avanguardia della rivoluzione internazionalista: erano carne da macello del proletariato. Vittime sacrificali di una cricca di generali alcolizzati, assassini e stupratori – Videla, Massera, Galtieri – che si inventarono la mossa disperata della guerra patriottica per ripulirsi la coscienza e riguadagnare credito internazionale. Una sbronza nazionalista usata per coprire l'orrore di trentamila desaparecidos, narcotizzati e buttati vivi nell'oceano dai voli della morte. Nel 1978, mentre il Paese si anestetizzava con i gol di Mario Kempes ai Mondiali di casa, a pochi isolati dal Monumentale le urla delle torture alla ESMA o nei centri clandestini di detenzione venivano sommerse dai clacson dei caroselli.
La festa continua: nelle ore che precedono la partita, miriadi di reel di influencer urlano in strada e sui social la solita nemesi contro l'Inghilterra. Diffondono e sdoganano l'odio per quella bandiera, simbolo dell'imperialismo e quant'altro possa eccitare la folla. Se andate a Buenos Aires, fatevi un favore: lasciate perdere per un attimo la Stadio della Bombonera e il Caminito. Andate a visitare l'ex ESMA, oggi Museo della Memoria. Lì vedrete esposti i volti in bianco e nero dei trentamila ragazzi ammazzati. E in mezzo alle sale troverete una grande opera d'arte concettuale: una Ford Falcon nera. Era l'auto della Gestapo argentina, la macchina usata dai servizi segreti per rapire la gente di notte nelle loro case. La cosa che vi colpirà di più è il rosario che penzola dallo specchietto. Da quel "Dio, Patria e Famiglia" declinato in salsa ispanica e cattolico-reazionaria, che partendo dal franchismo ha trovato nei macellai di Buenos Aires, appoggiati dalla CIA, i suoi esecutori più devoti. Per fortuna, a ricordarci la differenza tra la guerra e la pace, ci ha pensato con ferme parole il ct Lionel Scaloni, gelando i nostalgici del rancore: "È solo una partita di calcio. Non ci deve entrare nient'altro." Ascoltatelo, Scaloni. Perché stasera, quando rotolerà il pallone, non ci sarà nessuna geopolitica da riscattare. Ci saranno solo undici maglie blu e undici bianche e milioni di persone che da un emisfero all'altro del pianeta urleranno all'unisono: gooooooooooooooool!