"Victory belongs to the most tenacious", la vittoria appartiene al più tenace. È la frase che campeggia in alto al Philippe Chatrier, lo stadio dove si giocano le partite più importanti al Roland Garros. Una frase attribuita proprio a Roland Garros, non un tennista, un aviatore ed eroe francese della prima guerra mondiale. Nel 1915 atterrò in campo nemico, venne tenuto prigioniero in una prigione tedesca prima di riuscire ad evadere e combattere fino alla sua morte, in battaglia ovviamente, nel 1918, poco prima della fine della guerra. Tenace. Una frase attribuita a Napoleone, fatta sua dall'aviatore ma poi diventata il manifesto di un torneo di tennis. Quello della polvere rossa, del caldo degli ultimi giorni della primavera francese, che profumano d'estate, degli scambi interminabili. Non è l'estatica di Wimbledon, è la guerra sporca della terra rossa, della resistenza fisica e soprattutto mentale. Deve averla letta Alexander Zverev ieri quando si è alzato con le lacrime agli occhi, le spalle sporche di terra dopo essersi abbandonato alla gioia. La vittoria appartiene al più tenace, lo sa bene Zverev.
Poco meno di sei anni fa Zverev era la next big thing del tennis moderno. Aveva vinto le Finals a 21 anni, neanche Sinner ci era riuscito così giovane. Era il gioiello di una generazione che si preparava a raccogliere l'eredità dei Big 4. La prima occasione arriva a 23 anni, alla sua prima finale Slam, nell'assordante silenzio del tennis post Covid. Agli Us Open si porta avanti di due set, un break, arriva addirittura a servire per il match, poi si scioglie e regala a Dominic Thiem una rimonta epica oltre che il primo Slam in carriera. Da lì Zverev è passato da grande promessa ad eterno secondo, le finali e le delusioni si sono dipanate negli anni. La seconda finale Slam, contro Nadal a Parigi nel 2022, la chiude sulla sedia a rotelle dopo aver sprecato 4 set point nel primo set ed essersi distorto la caviglia. Poi sono arrivati Sinner e Alcaraz che hanno imposto un nuovo dominio. Zverev è diventato il triste comprimario da battere prima di arrivare allo scontro finale. Il primo degli altri sì, ma con quei due destinato a non combinare nulla. Una condanna eterna ad una sorta di limbo. Il giocatore più forte a non aver mai vinto uno Slam. Un destino crudele per un giocatore che ha pur sempre vinto due volte le Finals, sette Masters 1000 e soprattutto un oro olimpico.
È l'esempio plastico di come le aspettative possano pesare su chi non è pronto a sorreggerle: "La verità è che non credo in me stesso, mi manca qualsiasi tipo di fiducia in me stesso e sto giocando un tennis pessimo" ha detto un anno fa. L'avversario di Zverev, usando una metafora consumata ma obbligata in questo caso, non è davvero oltre la rete. Le grandi sconfitte di Zverev non sono state contro gli avversari ma contro sé stesso, contro un giocatore che non è mai stato capace di capitalizzare i momenti importanti. Nel tennis, uno sport che vive di inerzia psicologica e di pochi punti importanti, è un tallone d'Achille fatale. "A volte mi sento solo in campo. Ho problemi di salute mentale, mi sono sentito così anche dopo gli Australian Open. Sto cercando di trovare un modo per uscire da questa situazione, ma continuo a ricadere negli stessi schemi. Non si tratta di tennis: mi sento solo nella vita in generale in questo momento."
Nella mitologia greca Sisifo è un re condannato dagli dei per l'eternità a spingere un masso fino alla cima di una montagna. Ma ogni volta che sta per raggiungere la vetta, il masso rotola giù. E lui ricomincia. Camus prese il mito e lo ribaltò, quella fatica senza fine non è una condanna, è la condizione umana. Bisogna immaginare Sisifo felice, scrisse. Perché in quel momento di discesa a valle e nella fatica della salita sta il senso della vita. La consapevolezza del destino e la sua accettazione, continuare a spingere il masso senza illusioni, ma anche senza resa.
Zverev ha spinto quel masso per anni. Lo ha visto rotolare giù infinite volte, eppure ha continuato a spingere, anche quando sembrava senza senso, anche quando ha smesso di trovare gioia nel salire. Ieri, sulla terra rossa del Philippe Chatrier, il masso è rimasto in cima. La condanna di Zverev è finita. Certo, rotolerà ancora a valle, spinto da Sinner, Alcaraz e gli altri. Zverev dovrà tornare a spingerlo, ma per ora può concedersi un attimo di sollievo. La vittoria appartiene al più tenace.