Che storia. Il Roland Garros italiano è un concentrato del dramma e della gioia della vita, che spesso si incrociano, si salutano, si abbracciano per poi andare ognuno per la sua strada. Perché tutto è iniziato con il dramma di Jannik Sinner. La sconfitta al primo turno, la caduta, rovinosa e assordante, del favorito, del più forte. La fine del sogno, quello del Career Grand Slam. Sembrava finita, ma il tennis italiano ha dimostrato ancora una volta di non essere un one man show ma un'orchestra, che all'Opera di Parigi ha suonato un'altra, bellissima sinfonia. Tante favole, quella bellissima di Flavio Cobolli, che non è più un exploit ma l'ennesima conferma. Qualche settimana fa, a Madrid, scrivevamo "Benvenuto fra i grandi Flavio". Ora ha dimostrato che al tavolo dei grandi può starci eccome e dire la sua. Ha battuto Auger Aliassime, un'altra delle grandi promesse non mantenute del tennis. Ma è nel modo in cui lo ha fatto che sta la sua forza. Al primo quarto di finale a Parigi era entrato in campo frastornato, troppe indicazioni, troppe pressioni per chi senza Sinner ora ha il peso di un Paese sulle spalle. Ha perso il primo set, poi ha messo in campo una grande prova di resilienza, lucidità e soprattutto maturità. Il vecchio Flavio si sarebbe lasciato travolgere, dalle aspettative, dal primo set perso, da Aliassime, invece ha reagito: "Dovevo lottare, ho pensato che era la chance della mia vita". E ai più audaci la vita premia con altre chance, ora può giocarsi la sua prima semifinale Slam, sognare una finale a Parigi in un tennis che ora lo vede come uno dei protagonisti. È entrato virtualmente in top 10, e chissà...
Ma dall'altra parte c'è un'altra favola, più oscura e agrodolce. Quella dei due Matteo, Arnaldi e Berrettini. Sono sbarcati a Parigi in un momento di difficoltà, 104 del mondo uno, 105 l'altro. Se ne andranno, nel bene o nel male, rinati. Ma il tennis e la sorte sanno essere crudeli, e accanirsi come non mai. Perché la gioia del derby italiano si è infranta contro l'ennesimo infortunio di Matteo Berrettini. Questa volta è stata la coscia destra a costringerlo a dire basta. E allora il match si è concluso nel modo peggiore possibile, prima della fine, con Berrettini in lacrime e la gioia di Arnaldi strozzata. Perché vincere così non è mai bello, men che meno se dall'altra parte della rete c'è un amico. Ma l'abbraccio finale tra i due è una delle immagini più belle di un torneo pazzo, imprevedibile e teatrale.
"Sono triste e deluso, ma anche orgoglioso di queste due settimane pazzesche" ha dichiarato Berrettini. E orgoglioso deve esserlo eccome, perché nonostante il triste epilogo il percorso ha comunque segnato una rinascita. Ora sta ad Arnaldi e Cobolli portare la bandiera più in alto possibile. Due ragazzi così simili, come età e come percorso, su quella terra che è il teatro del tennis mediterraneo che li ha visti crescere fianco a fianco. Per il secondo anno consecutivo l'Italia avrà un giocatore in finale al Roland Garros. Negli ultimi cinquanta anni era successo solo una volta, ad Adriano Panatta che quel torneo lo ha poi vinto. Ma anche dall'altra parte si scrive la storia. Con Zverev che dopo anni di tentativi potrebbe finalmente dar senso a una carriera intera vincendo quello Slam che ha tanto inseguito. E poi c'è Mensik, il più silenzioso e il più letale, che mentre tutti decantavano Jodar e Fonseca come i volti del futuro si è preso il presente.
In ogni caso, il torneo ha già dato. Ha dato lacrime e abbracci, cadute e rinascite, e un'orchestra che continua a suonare. Parigi ha trasformato il tennis in vita. Che storia.