È un ballo tra le origini e lultimo anno sui campi. Così potremmo riassumere lespediente narrativo scelto per raccontare il mito di Rafael Nadal. La serie da quattro episodi uscita su Netflix il 29 maggio non cerca eccezionalità, cerca piuttosto linearità, nella verità che sta dietro a una delle carriere più illustri della storia del tennis. Una verità duplice, che non solo si traduce attraverso risultati eccezionali, ma anche e soprattutto tramite lo strenuo tentativo di combattere contro un fisico ribelle. Una lotta, quella del maiorchino, guidata da una testa che non concepisce pause e, quando lo fa, è fatica pura. Perché c’è un dato di fatto che non ammette dissensi, ed è che Rafael Nadal ha sofferto maggiormente i momenti di stasi, piuttosto che le ore infinite trascorse a fondo campo, al limite del possibile e con un dolore al piede che ha da subito minacciato le lancette del suo orologio fisiologico. Oltre i trofei e i grandi numeri, il tennis di Rafa è stato, per sua stessa ammissione, una gara contro il tempo”. Pensate costruire una vita intera attorno a una racchetta e poi scoprire che è la tua più grande nemica. Pensate amare così tanto una cosa da essere disposti a tutto pur di assicurargli la longevità. A costo di spezzarsi. Il cuore pulsante del primo episodio senza un domani” (ma anche spina dorsale dellintero progetto) sta tutto qui, nel portare alla luce lincertezza nascosta dietro alla patina dorata di risultati straordinari, il rapporto che fino allultimo ha plasmato la carriera dello spagnolo: quello con la sofferenza. Fa strano ammetterlo, ma si potrebbe dire che forse, senza la sindrome di Müller-Weiss (malattia ossea cronica), non sarebbe stato il guerriero che tutti noi abbiamo imparato a venerare.
Vince allesordio una Coppa Davis, siamo nel 2004 e lo stadio de La Cartuja di Siviglia conta più di 27.000 spettatori. Batte a 18 anni Andy Roddick, allora numero due del ranking, reagendo ad un inizio opaco. Arriva al Roland Garros, ed è finale al primo tentativo. Mi sentivo libero, come se non ci fosse un domani” ed è in quel momento - nell’inconsapevolezza generale - che ha origine limpero parigino. Poi il ritiro dal Shangai Masters Cup, le Atp Finals odierne, per rottura dello scafoide. “Una pressione in più mi ha sempre fatto bene”, nulla di più vero: nel 2006 il Roland Garros è ancora suo, fra le lacrime di chi conosce bene i retroscena che hanno portato a quella finale contro Roger Federer. “Un’altra palla” è il titolo del secondo episodio, allusione all’erba di Wimbledon e alla maestria del suo padrone di casa. Se Rafa Nadal è stato quello che è stato, è anche per merito di Roger Federer. Per uno strano scherzo del destino, lo svizzero e lo spagnolo si spartiscono sin da subito le superfici: terra rossa ed erba, una ripartizione che risponde tanto alla casualità quanto al fato, come a dire che non avremmo potuto sopportare la parità su tutti i palcoscenici. La “battaglia delle superfici” è l’emblema della loro complementarità: disputata nel 2007 a Palma di Maiorca, fu Nadal a trionfare sulla metà color ruggine.
Ma si sa, quanto più una cosa sembra irraggiungibile, tanto più là si brama. Battere Federer è una cosa, batterlo a Wimbledon è tutta un’altra storia. Una storia che deve aspettare il 2008, dopo due anni trascorsi a scontrarsi con un muro, troppo impuro per una Londra che predilige la danza classica del Maestro svizzero. Tutto sembrava suggerire che gli spagnoli non fossero in grado di vincere su erba. Rafa lha presa sul personale. Usurpa il trono dopo 4 ore e 48 minuti di match, poco più di 7 le ore totali contando le interruzioni per pioggia. Durante uno dei primissimi tornei, per aiutare il giovane Rafa ad affrontare la tensione, zio Toni - allenatore di una vita - gli diceva che non appena fosse stato in difficoltà, avrebbe fatto piovere. Una promessa impossibile ma necessaria che sul Centrale della capitale inglese torna a risuonare nella mente di Nadal. Solo che questa volta, la pioggia andava fermata. Puoi fermare la pioggia perché io non perderò, potrà vincere lui ma io non perderò”. Toni Nadal non aveva dubbi, al ritorno in campo il volto del nipote è quello di uno che la partita la porterà a casa. E così è stato. Parliamo di artisti, di geni e di divinità, di atleti che la testa la rivoltano a loro piacimento, nei momenti in cui conta davvero. Forse Wimbledon 2008 è stata la prima dimora del vero Nadal: quello che preferisce soffrire e lottare piuttosto che vincere. Vincere è la conseguenza. Resistere è il motore. Che poi le due cose coincidano è un privilegio riservato a pochi. Lo dice lui stesso: “Non sono un vincente, sono un competitore. La vittoria è momentanea, ciò che mi ha sempre motivato è la voglia di continuare a lottare, perché la soddisfazione viene dalla difficoltà”. E allora viene da pensare che quel giorno, nella perfezione del rituale, il cielo abbia interceduto per lui, mettendolo nelle condizioni ideali per soffrire, per poi, solo dopo, concedergli di assaporare la bellezza del trionfo.
Rafael Nadal diventa “preda” nel terzo capitolo, quando Roger Federer lascia la vetta della classifica agli Australian Open 2009, primo trionfo dello spagnolo nello Slam down under. Preda degli inseguitori e di uno in particolare: Novak Djokovic. Il serbo arriva nella vita di Nadal come un tornado, spazzando via le certezze costruite negli anni precedenti, o quantomeno mettendole a tacere. L’autostima del maiorchino cade in un sonno profondo nel 2011, la stagione del grandissimo Nole, trionfante in praticamente tutti gli scontri diretti, fino a diventare il re del ranking sull’erba di Wimbledon. Nadal è conosciuto per la sua tenacia, ma anche per una routine fuori dal comune, un rituale sacro in panchina come in campo: le bottiglie perfettamente allineate, sistemare le mutande, staccare il materiale sudato della canotta dalle spalle, passarsi il viso, toccarsi il naso e mettersi i capelli dietro alle orecchie. Pulire la linea di fondo allinizio di ogni gioco e nei break point, non calpestare mai le righe. Tutto questo nasce come un modo per combattere il nervosismo e il caos che una partita di tennis può generare, ma si trasforma presto in un salvavita quando Novak Djokovic decide di non chiedere permesso e insinuarsi nei suoi pensieri. È tutto vero, anche i più grandi smettono di crederci, a volte. Il 2012 però non tarda a regalarci nuovamente il Nadal dello strapotere, peccato che il fisico sia di tutt’altra idea. Alla prosa del dolore si aggiunge il ginocchio, anello di una catena che inizia dal piede, da anni ormai all’origine di prestazioni ben oltre il limite. Un limite che forse Rafa non ha mai conosciuto davvero, perché quando era lì, a un passo, faceva finta di non vederlo, siglando una missiva dopo l’altra destinata a un corpo che si stava esaurendo, svuotando. Perforando internamente a causa degli antidolorifici, diventati non tanto una soluzione al problema ma piuttosto una precauzione assunta prima che il problema si presentasse. ’
L’episodio conclusivo di questa miniserie non può non far piangere. All’appello manca solo l’addio ufficiale alle scene. C’è un momento in particolare che ci fa capire l’entità di Rafael Nadal, l’eredità lasciata tra le righe di un campo ma che ne ha trasceso la dimensione ed è entrata di diritto nel libro della disciplina, della perseveranza. Della vita stessa. Nel 2024 arriva a Roma in condizioni non ottimali, si allena sulla terra rossa del Foro fra il calore di spalti strapieni di persone. “Da pelle d’oca” sussurra il team di Rafa, loro che da sempre vivono da vicino la sua favola, custodi di capitoli leggendari, è lì che realizzano, in un ambiente informale, la grandezza del tennista che curano da una vita. È lo stesso team che da sempre lo sprona a non fare il passo più lungo della gamba, a preservare almeno dove dare il 100% non è necessario. È quello che lo ascolta durante il 2015, l’anno nero: nessuno Slam o Masters 1000, solo i quarti del Roland Garros e un percorso di psicoterapia che è dovere quando l’ansia ti provoca il rischio di strozzarti con la tua stessa saliva, quella che non riesci a ingerire senza l’aiuto dell’acqua. Poi la luce. Carlos Moya entra a far parte dello staff tecnico, zio Toni condivide il nipote con l’ex (e primo) numero uno spagnolo, per poi lasciarlo. Rafa Nadal entra così in una nuova fase di ascesa, fatta non più fatta di troppo tennis ma della quantità sufficiente. La décima a Parigi è solo uno dei capi saldi dell’era Moya. Poi il 2022, l’anno più bello della sua carriera tardiva, non senza gravi problemi al piede e agli addominali, gli consegna il quattordicesimo e ultimo Roland Garros. Un sigillo praticamente inespugnabile, parola di Rafa: “Staranno di più a superare i 14 Roland Garros che i 24 slam di Djokovic”. E noi sentiamo di dargli ragione.
La fine di Rafa Nadal è stata dettata dal fatto di non poter più superare la sofferenza, trasformatasi non più in una condizione temporanea da scardinare ma in una montagna invalicabile e fine a sé stessa. Perché stare così male quando c’è una vita al di fuori del campo? La decisione arriva, naturale come il suo dritto a lazo; non un volere o un dovere, ma piuttosto un avere bisogno. Così, Rafa saluta il suo mondo, lascia un ruolo, poggia il copione, perché ha dato tutto. L’epilogo riprende l’inizio della serie, siamo a Mallorca e davanti alla telecamera Rafael Nadal annuncia il suo ritiro. Oggi, con un Roland Garros più aperto che mai, in attesa del suo nuovo campione, non possiamo che rivolgere un pensiero a lui che di Parigi ne è il padrone. A lui che, mentre combatteva contro gli avversari, portava avanti una battaglia anche contro sé stesso e che, nellaffrontarne ogni imprevisto, ha lasciato al tennis molto più di semplici numeri: unumanità rara nel vestire i panni del supereroe’, destinata a non sbiadire con il passare del tempo.’