Un anno fa, proprio a Spa, Kimi Antonelli viveva il momento più complicato della sua stagione da rookie in F1. I risultati non arrivavano, il feeling con la Mercedes era pari a zero e si iniziava a parlare di un futuro non troppo al sicuro. Serviva assolutamente un weekend per rilanciarsi, che in Belgio però non arrivò. Eliminato in Q1 e con le lacrime agli occhi una volta arrivato al media pen, dove tutte le televisioni attendono i piloti per le interviste. Dopo un inizio di avventura a tratti magico, le cose si erano messe male.
Dodici mesi dopo, quel ragazzo sembra diventato uomo. È vero, guida la macchina migliore in griglia, ma a 19 anni vincere sei gare su dieci (eguagliando Alberto Ascari per un record italiano che resisteva dal 1953), gestire lo stress e la pressione dell’essere il leader del mondiale di F1 e nel frattempo rimanere totalmente concentrato sul da farsi non dev’essere semplice.
Eppure, Kimi così lo fa sembrare. Mai una parola fuori posto, mai un comportamento sbagliato. Soltanto tanta maturità, dentro e fuori la pista. E poi, ovviamente, un talento strabiliante. In questa prima metà di stagione, è andato così forte da stupire persino chi sulla sua velocità aveva puntato tutto: non la Mercedes, ma Toto Wolff. L’austriaco l’ha raccontato subito dopo la vittoria di Spa, ennesimo capolavoro realizzato dal suo pilota: “Ha diciannove anni. È impressionante”.
Due frasi dal significato potente. Quest’anno ha impressionato tutti quanti e c’è voluta soltanto una gara di “rodaggio”. A Melbourne Russell l’aveva battuto, poi Kimi non si è più fermato: in Cina la prima vittoria, poi il bis a Suzuka. In Giappone aveva avuto un po’ di fortuna, quindi la gara dopo, a Miami, ha deciso di dominarla. In Canada un altro successo un po’ fortunato, complice il ritiro del compagno di squadra, poi un weekend da fenomeno a Monaco: la Mercedes fatica e le prove non vanno bene, ma lui fa la differenza.
Strappa la pole con un giro stratosferico, mentre Russell è sesto a quattro decimi. Poi, in gara, la masterclass stagionale: prima domina, poi è costretto a gestire la pressione di una nuova partenza dopo la bandiera rossa causata dal botto di Leclerc. Al suo fianco parte Hamilton, con la Ferrari che fino a quel momento aveva praticamente sempre guadagnato posizioni al via.
Prima del via lo inquadrano più volte, lui sembra avere la testa totalmente in un’altra dimensione. Per vincere, a pochi chilometri dalla bandiera a scacchi, serve “solo” uno scatto perfetto, lo stesso che fino a quel momento poche volte gli era riuscito: lo fa, lasciando il paddock a bocca aperta. Al rientro in parco chiuso lo applaudono tutti: avversari, team, addetti ai lavori. Non c’è nessuno che gli passi di fianco senza volergli stringere la mano.
Il momento è magico, ma le difficoltà non tardano ad arrivare. Ritiro per motivi tecnici in Spagna, weekend non perfetto in Austria, dove vince Russell, altro ritiro per problemi in Inghilterra. La leadership in campionato si accorcia e la situazione torna ad essere teoricamente complicata.
Teoricamente, sì, perché le difficoltà sono affrontate in maniera ben diversa rispetto a un anno fa. Lui continua a sorridere e a scherzare fuori dalla pista, fa l’uomo squadra quando serve e, una volta in macchina, corre velocissimo. Sembra affrontare tutto nella maniera migliore possibile, quasi avesse già dieci anni di F1 alle spalle. Così non è ed è per questo che la stagione di Kimi Antonelli fa paura.
Poi arriva Spa, un anno dopo quelle lacrime: pole position, gestione perfetta e testa della corsa. Sembra andare tutto per il verso giusto, ma a poco meno di metà gara ecco la sorpresa: la direzione gara dispone il regime di Virtual Safety Car, Leclerc ne approfitta per effettuare il suo pitstop e lui perde la prima posizione.
La risposta? Da applausi anche stavolta. Prima mette in fila un giro da qualifica dopo l’altro, poi passa Charles e, quando si accorge che per aprire un gap serve cambiare strategia energetica, lo fa con una semplicità disarmante. Taglia il traguardo derapando, è la sua sesta vittoria in stagione.
In dodici mesi, Kimi è già diventato una versione 2.0 che sembra non avere troppi difetti, anche perché quando sbaglia la gara dopo dimostra di aver subito imparato la lezione. Dall’essere una scommessa forse azzardata è diventato il talento generazionale che la F1 aspettava. E stavolta, non c’entrano niente i giudizi affrettati. È cresciuto talmente in fretta che è quasi difficile mettere a fuoco l’impresa che sta realizzando.
Intorno a lui si predica giustamente calma, perché in F1 tutto può succedere, ma ormai non ci sono più dubbi. Ad oggi, il favorito per il mondiale è lui. E vallo a dire a quel ragazzo che, impaurito, un anno fa doveva spiegare per l’ennesima volta i motivi delle sue fatiche.