Doveva succedere e, diciamoci la verità, è giusto così. Lionel Messi, con una intensa lettera postata sul suo profilo Instagram, ha detto addio alla Nazionale di calcio argentina. Parole vere e semplici, di un campione infinito del calcio moderno che, rispetto a molti dei suoi predecessori e soprattutto al suo rivale mediatico di sempre, Cristiano Ronaldo, ha dimostrato di sapersi distinguere anche con una personalità sobria e mai egoriferita. Quando ha capito che era il momento di dire basta, l’ha detto e scritto. Senza perseverare, senza accanirsi contro il tempo che inesorabile ti dice che sarebbe meglio farla finita per non rovinare il finale di una storia bella.
Chi conosce il calcio sa benissimo che tra Messi e Cristiano non c’è mai stato confronto e che, la lotta sui numeri e i successi, è servita per costruire un messaggio, una guerra di valori che ha poca attinenza con i principi di questo sport collettivo, ma necessaria per esportarlo perché sappiamo benissimo che, in comunicazione, la polarizzazione è sempre una strategia vincente per tenere incollato il pubblico.
“L’ossessione batte il talento”, tutte frasi inutili alle quali qualcuno ha continuato a credere anche quando Lionel ha deciso di mettere una pietra tombale su ogni record, vincendo praticamente tutto con l’Argentina (dopo averlo fatto con il Barcellona) e giocando fino all’ultimo mondiale da grande protagonista, nonostante la finale persa lo scorso 19 luglio contro la Spagna. Sarebbe stato un bis epico, dopo il trionfo del 2022 in Qatar, che non era riuscito nemmeno a D10S Maradona.
Di Messi c’è poco da aggiungere: i numeri parlano e la bellezza del gioco ti fa annegare nella massima espressione di un calcio in continua evoluzione. 207 presenze con la maglia dell’Albiceleste, 125 gol, un titolo mondiale, un oro olimpico, due Coppe America, una Coppa Campioni - Comnembol - Uefa, un titolo mondiale giovanile under 20 nel 2005 e tante notti memorabili, con colpi da genio assoluto, ma mai sopra le righe. Perché, se c’è una cosa che ci ha insegnato Messi in questi leggendari 20 anni di carriera, è che il migliore di tutti lo sei perché lo dicono gli altri, non perché te lo ripeti da solo.
“Ya no tengo mas para dar”, parole di grande dignità che salutano con orgoglio la nazionale argentina, ma soprattutto il popolo argentino che lo ama alla follia. Anche qui il numero 10 di Rosario ha vinto su tutti e chi lo ha vissuto ripercorre con la mente una storia incredibile, quasi irripetibile di un fuoriclasse poco rumoroso fuori dal campo, ma luccicante con il pallone tra i piedi. Eppure non ci sono state solo gioie nel suo percorso con la Seleccion, anzi. Il debutto, il 18 agosto 2005, appena maggiorenne nell’amichevole contro l’Ungheria, fu uno shock. L'allora c.t. José Pekerman, al 19' del secondo tempo, decise di mandare in campo il talento del Barcellona al posto di Lisandro Lopez. Con il numero 18 sulle spalle tentò subito la giocata vincente, ma nel contrasto con il difensore Vilmos Vanczak, lo colpi al volto nel tentativo di liberarsene e l’arbito non ebbe dubbi: condotta violenta e cartellino rosso per l'argentino. Erano passati appena 43 secondi di gioco dal suo ingresso in campo.
Poi ci furono le sconfitte nel 2006, nel 2010 quando a guidare la nazionale c’era Maradona, la finale persa nel 2014 contro la Francia ai Mondiali, seguita da quella nel 2016 contro il Cile in Copa America, uno strappo che sembrava non più colmatile con la dichiarazione di addio alla Nazionale. Delusione e una frase che i suoi connazionali ripetevano spesso: “Maradona non ci avrebbe lasciato”. Ma il bello doveva arrivare e, se il 2018 fu il peggior campionato del mondo giocato da Messi, quattro anni dopo, si è chiuso il cerchio. Il trionfo in Qatar della Scaloneta, con il suo capitano e fuoriclasse ad alzare la coppa più importante e sognata dal 1986, due anni dopo la morte di Maradona, ha legato per sempre i più grandi calciatori della storia, ognuno nel suo tempo. Ognuno con il suo spartito: se Maradona era stato Kurt Cobain, Messi è Bob Dylan. Due immensi, probabilmente irraggiungibili.
Due uomini diversi, di grande umanità e legami familiari fortissimi. Don Diego e la Tota, sempre con Diego nei successi e nelle due cadute. Nonna Celia viva ancora negli occhi di Messi e nel dito alzato al cielo dopo ogni gol segnato. La prima a comprare le scarpe da calcio al piccolo Lionel e a convincere una squadra a tesserarlo. E infine il padre Jorge, deceduto poche settimane dopo la finale persa dall’Argentina contro la Spagna, sempre accanto al campione di Rosario. Ogni giorno ogni partita. E ricordato anche nella lettera di addio alla nazionale: “Ho scritto queste parole il 21 luglio, due giorni dopo la finale. Oggi, dopo quanto accaduto a mio padre, ne sono ancora più convinto di prima”.
Grazie di tutto Leo.