Da un lato c'è la bellezza pura del gesto atletico, la divina estetica dei corpi in movimento e la consequenziale sorridente salita sui gradini del podio. Dall’altro la retorica guerrafondaia, dolorosa e perdente a cui il nostro calcio si è morbosamente aggrappato. Siamo pronti alla morte: come urlano i nostri volenterosi azzurrovestiti, schierati in fila, prima della sempre più inguardabile partita. Sì, siam pronti alla morte: a quella del pallone, s’intende, vanagloria nazionale che continua ad avvilupparsi su sé stessa, prigioniera di una crisi strutturale che dura da decenni. Al contempo fiorisce l'altra Italia che vince, convince ed entusiasma, macinando tartan e fendendo vasche, capace di dominare contesti planetari e quelli della comunicazione globale, Da Sinner a Ceccon e Kimi Antonelli, ma non solo.
Il baricentro dello sport azzurro si è finalmente spostato, allineandosi al corso della storia, all’inevitabile evoluzione e alle mutazioni socioculturali che delineano ad ogni ciclo la realtà e una diversa percezione di essa. Uno stacco netto e sotto gli occhi di tutti. Sulle piste e nelle piscine trionfano ragazzi dai cognomi e dalle genealogie che raccontano l’altrove delle loro provenienze genitoriali, e che le valorizzano, esprimendosi in un perfetto italiano, intriso delle inflessioni regionali di chi è cresciuto nei nostri quartieri: lo parlano di sicuro meglio degli innumerevoli detrattori che ne rilevano le origini come se loro non fossero italiani a tutti gli effetti. Questi nuovi campioni sono l'archetipo di una classe di atleti moderni: studiano, viaggiano e, in venti secondi di intervista, emanano la freschezza del cambiamento in atto. Loro sono gli apripista che hanno imparato a saccheggiare il futuro, senza farsi abbindolare dalle rovine mitiche del nostro passato pedatorio. Di fronte a questo ineluttabile innesto - espressione di una storia umana che si rinnova - c’è chi blatera ancora di radici e chi si stupisce se questi ragazzi non corrispondono più allo stereotipo paternalistico del profugo o dell'immigrato da compatire. Sono semplicemente italiani, vincenti e liberi, capaci di ricordarci quanto possa essere gloriosa la dinamica nello spazio. Si volta dunque pagina, mentre la cariatide del calcio nostrano implode, in preda a una sindrome da arto mancante. Ridotto a un fenomeno mediatico in cui fanno clamore solo i suoi fallimenti, dalle esclusioni mondiali ai passivi leggendari rimediati nelle finali europee per club. Il sistema resta tenuto in vita da parossistici addetti ai lavori che, per inerzia professionale, sono costretti a parlarne.
Il calcio, quello di pasoliniana memoria: l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, capace di regalare attimi di pura poesia attraverso la folgorazione di un gol. Quel tempio è stato però profanato da tempo e ormai vive del ricordo, totalmente isolato dal resto del mondo. Basta scorrere le colonne della stampa sportiva per sprofondare nel teatro dell'assurdo: si continua a dedicare un’attenzione sconsiderata a un movimento immobile, ostaggio della medesima narrazione nostalgica che lo raffigura, alimentata dai soliti opinionisti e podcaster, che celebrano le esequie di un reperto archeologico per racimolare seguito e pagnotte. Esiste una distanza siderale tra lo spettatore che applaude un record nei cento metri e l’annoiato ostaggio del calcio, costretto da troppo tempo a trangugiare bile e a sonnecchiare. L'atletica e il nuoto beneficiano di una programmazione insita nella loro sopravvivenza ed evoluzione - dove non serve neppure scomodare il ritrito tormentone del vivaio - trattandosi per loro natura di incubatori a cielo aperto di giovani e prossimi campioni. Il calcio invece si è ridotto a filiera speculativa in mano a logiche di business miope e autodistruttivo. Lo certificano il ranking FIFA, la scarsa competitività internazionale dei club schiacciati da stadi obsoleti e bilanci perennemente in rosso.
Una galassia che riflette l’ignoranza manageriale dei suoi rappresentanti, rimasti indietro di ere geologiche rispetto alle leghe europee e a quelle emergenti in ogni angolo del pianeta. Emblematica è la comunicazione digitale: i profili istituzionali di club e federazioni appaiono stucchevoli, ingolfati di noiosa solennità, condizionati da una community tossica e pronta a manifestare via commento l’intolleranza verso il cambiamento, l’equivalente dell’imbarazzante verso della scimmia che si consuma impunito in tante nostre gradinate. Non stupisce affatto che Zlatan Ibrahimović scali i vertici di un club come il Milan. È uno dei pochi nell’ambiente a saper parlare un inglese fluente: in Italia gli basta questo. Fortunatamente, le nuove generazioni di calciatori sono sempre più intraprendenti e culturalmente più aggiornate rispetto ai loro dirigenti, pronte a inseguire stimoli oltrefrontiera, giocandosela in Premier League, Bundesliga o Eredivisie pur di avere chance concrete e non perdere caviglie e entusiasmo nelle serie minori. Intanto i numeri parlano chiaro: crescono i tesserati nel nuoto e nell’atletica, mentre il tennis, lo sci, la pallavolo, il basket e la pallanuoto confermano la loro straordinaria attrattiva per generazioni, sempre più inclini a voltare le spalle a un carrozzone affetto da frustrazione cronica. Scelgono l'energia di sport in cui si sorride e si vince per ciò che si è costruito, lasciando che il sacro pallone diventi cimelio polveroso di un mondo incapace di guardare avanti.