Dritto. Brutale. Deliberato. Reale. Chi scrive, ai tempi, era poco più che un ragazzino e era appena stato “passato alla cronaca” da un direttore che non lasciava tanta scelta e che, davanti a un rassegnato “ok, ma io che devo fare?”, aveva risposto esattamente così: “devi solo andare lì e poi essere dritto, brutale, deliberato e reale nel raccontare quello che hai visto, ricordandoti che la maggior parte dei lettori apprezzerà da seduta sul cesso quello che avrai scritto”. E’ la cronaca nera, signori. All’epoca e, purtroppo, ancora adesso, storie di carne e sangue. L’ultima di una lunga serie è la storia di Federica Torzullo, 41 anni, trovata sepolta in un terreno dietro l’azienda del marito ad Anguillara Sabazia, dopo dieci giorni di ricerche e indagini in cui ogni traccia di sangue — in casa, sul mezzo di lavoro, nelle scarpe — anticipava che non si trattava di un “incidente”. Il marito, Claudio Agostino Carlomagno, è stato fermato per omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere; la Procura parla di segni di violenza inequivocabili che non ammettono interpretazioni consolatorie.
La storia è nota e su MOW l’abbiamo seguita sin dalle primissime ore. Il problema, però è si continua anche questa mattina a parlare di Federica – come altre prima di lei – come di un numero da colonna di dati: un femminicidio in più. Invece era una donna con una vita, rapporti, lavoro e non è scomparsa per caso o per la moda di ammazzare mogli e compagne. Non è stata vittima di un incidente o di un “raptus”: è stata uccisa da qualcuno che ha usato la violenza come strumento deliberato di controllo e annientamento. Fatti che si legano a una scia che ha già segnato l’inizio del 2026: il 28 dicembre a Milano Aurora Livoli, appena 18 anni, è stata violentata e uccisa. Il 13 gennaio a Muggiò, nel Monzese, un uomo ha accoltellato la moglie davanti al figlio di due anni. Prima, il 6 gennaio, una donna di 33 anni di origine nigeriana è morta in ospedale dopo essere stata ridotta in fin di vita dall’ex compagno, picchiata fino alla condizione terminale (secondo le ricostruzioni investigative).
Eppure se ne parla come di esempi funzionali a categorie statistiche da “fenomeno di genere”. No, cazzo, sono situazioni in cui qualcuno ha deciso, volontariamente, di usare la morte come risposta a un conflitto, a un rifiuto, a una frustrazione profonda. Dirlo non è mancare di rispetto alle donne, anzi. Quando si riduce tutto a “femminicidio” come formula di comodo o addirittura come specifico caso di imputazione, o si insiste sul calo o sulla crescita percentuale dei numeri il giorno dopo il ritrovamenti del corpo di un’altra donna ammazzata — sì, il Viminale segnala un -20% su alcuni dati del 2025 — si rischia di trasformare la cronaca in grafici ben temperati mentre fuori si continua a sgozzare la vita di persone vere. Per parlarne al sicuro di qualche salotto. O all’ombra di una qualche bandiera ideologica. Per non vedere che ormai la violenza è sempre più una scelta. Quando un marito decide di seppellire la moglie dietro la ditta di famiglia, quando un altro schiaccia il collo di una ragazza di 18 anni o quando una donna finisce in ospedale per bastonate inferte con ferocia, stiamo assistendo a fenomeni sociologici arcani oppure stiamo vedendo esseri umani che scelgono deliberatamente la brutalità come linguaggio finale? La risposta è scontata, ma stiamo lì a guardare sotto le mutande come si faceva con Barbie e Ken da ragazzini. Come se la cronaca non fosse il diario scritto da altri con protagonisti quelli che pensano che la violenza sia una via praticabile per risolvere frustrazioni, orchestrare punizioni o esprimere possesso.
Lo vogliamo capire che è fuorviante circondare questi omicidi di un linguaggio edulcorato? Di frasi di circostanza? O di statistiche che “sembrano” rassicuranti o preoccupanti? Non siamo davanti a “casi sociologici”: siamo davanti a persone che hanno deciso di infliggere violenza fino alla morte. Mettere semplicemente un’etichetta di comodo come “femminicidio statistico” non risolve nulla. Non aiuta. Anzi, confonde, perchè costruisce una barriera anestetica tra noi e la ferocia della realtà.
La violenza deve essere chiamata col suo nome e va guardata negli occhi senza filtri, altrimenti resta lì, pronta a ripetersi. Risultando, paradossalmente, pure funzionale a qualcuno che ha bisogno del sangue che la violenza lascia e delle lacrime che la violenza lascia per portare avanti questioni che, invece, sono solo meramente dialettiche e ideologiche. La violenza, oggi, è la ferita con cui facciamo i conti tutti i giorni, molto più di prima, quando eravamo meno civili. Meno evoluti. Meno umani. E è, prima ancora che sociale, un tema tra persone: violenza inflitta da un individuo a un altro. Senza attenuanti, senza eufemismi, senza categorie consolatorie. La violenza esiste perché qualcuno la sceglie e per combatterla bisogna nominarla e riconoscerla esattamente per ciò che è, senza trovarle altri nomi. E dovrebbe valere pure per chi la cronaca la racconta, perché, come disse proprio quel direttore che non lasciava scegliere, “la cronaca nera è sempre la storia di vite spezzate. E se te lo scordi ‘ti passo alla politica’”.