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Marc Marquez come Federer e Ibrahimovic: l'ultimo tentativo è un atto di amore (e di coraggio)

  • di Tommaso Maresca Tommaso Maresca

2 giugno 2022

Marc Marquez come Federer e Ibrahimovic: l'ultimo tentativo è un atto di amore (e di coraggio)
La quarta operazione all’omero destro in Minnesota è l’ultima chance che Marc Marquez si concede per tornare davvero a divertirsi. Il fenomeno di Cervera, pur essendo più giovane, si trova in una situazione simile a quella di Roger Federer e Zlatan Ibrahimovic

di Tommaso Maresca Tommaso Maresca

Quarto per Marc, terzo per Roger, secondo per Zlatan. Sembrano i giri di bevute di tre amici al pub, invece si tratta del numero di interventi chirurgici a cui campionissimi dello sport, tormentati da precisi e ricorrenti guai fisici, si sono sottoposti nel breve periodo. Omero raccontava del tallone di Achille, oggi il braccio è di Marquez, il ginocchio destro è di Federer e il sinistro di Ibrahimovic. E non è tanto la vulnerabilità in una specifica parte del corpo ad accomunarli, ma lo spirito romantico (e sempre combattivo) con cui ciascuno di loro affronta il problema. Lontani da una pista, dal prato di Wimbledon e da quello di San Siro. Lontani dalla zona di comfort, dove sarebbe naturale aspettarsi voraci dimostrazioni di forza, hanno lasciato trasparire il lato più fanciullesco della loro personalità.

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Un post condiviso da Marc Márquez (@marcmarquez93)

È vero; il caso di Marquez resta parzialmente diverso dagli altri due. Marc ha 12 anni in meno rispetto a Roger e Zlatan. Il suo infortunio non si può imputare ad un fisico usurato, logoro, che si porta addosso le battaglie di un’intera carriera. Secondo un normale svolgimento degli eventi Marquez sarebbe solo a metà della sua esperienza nelle competizioni, mentre Federer e Ibra si troverebbero comunque vicini al capolinea. Tuttavia non c’è stato niente di consueto nel percorso di Marquez da Jerez 2020 in poi. Il risultato, ora, è una quarta operazione all’omero destro che suona come un tentativo definitivo, un all-in al termine di una partita in cui niente è girato nel verso giusto.

Tutti e tre hanno un’ultima speranza di tornare a giocare e correre senza provare dolore. Si aggrappano a quella, quando potrebbero lasciar perdere. Scelgono di sdraiarsi sotto ai ferri di una sala operatoria per l’ennesima volta, ma non rinunciano al desiderio, alla possibilità che resta di divertirsi ancora. Perché di questo si tratta. Raggiungere i record di Valentino Rossi non è una ragione sufficiente per proseguire di fronte ad un omero che non funziona nonostante tre operazioni, una pesante cura antibiotica e un sopraggiunto disturbo di diplopia.  Non è pareggiare i conti con il ventunesimo Slam di Rafael Nadal che costringe Federer in stampelle per la terza volta in diciotto mesi. Ibra non affronta trentacinque settimane di riabilitazione al ginocchio per un delirio di onnipotenza, perché (come Marc e Roger) si è già mostrato fragile agli occhi del mondo, senza timori di sorta.

Ci dev’essere qualcos’altro, oltre, a ripagare sforzi, investimento morale, coraggio. Ci dev’essere un amore viscerale per la disciplina, per quello che questi tre ragazzi hanno sempre fatto. Sfiorare l’asfalto con il gomito, fendere l’aria con un rovescio, colpire la palla in sforbiciata e spedirla in rete. Amore per il gioco e volontà di chiudere, se è il caso, alle proprie condizioni. Sul campo, in pista, davanti al pubblico, senza dolore. Senza rimpianti.

Ibra

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