In tutti noi l’evidente premonizione di quella foto già icona: Messi che sorride a Yamal, da veterano a predestinato, l’immagine di un passaggio di consegne che il calcio racconta meglio di qualsiasi parola. Un vecchio campione che riconosce se stesso negli occhi di un ragazzino, e un ragazzino che non ha ancora capito quanto pesa quello sguardo. Sono passati anni da quello scatto, per arrivare a quel 18 dicembre 2022, quando il mondo si è fermato per tributare lacrime, emozione e devozione al Messia - nome omen - del calcio. Il momento in cui Lionel Messi sollevava la Coppa del Mondo, consacrandosi tardivamente a 35 anni: ciò che ancora mancava al timido ragazzo di Rosario che per decenni aveva subito lo scomodo raffronto con l’inarrivabile Diego Armando Maradona - icona, talento e capopopolo internazionalista - leader carismatico di cui lui neanche sfiorava l’essenza. Quella notte è iniziata la scalata di Messi al mito, per affrancarsi finalmente dal riduttivo stereotipo di essere considerato un calciatore protetto di prestigiosi club europei che mai aveva brillato nel teatro della competizione più importante: nella missione di vita o di morte che significa indossare la maglia albiceleste. Un Messi che nelle edizioni precedenti vomitava, si fermava, si assentava, additato per mancanza di fuoco, coraggio e carisma. E domenica Lionel potrebbe addirittura salire di un gradino sopra Diego. Un gradino che Diego stesso, dal cielo o dall’inferno - a seconda di chi racconti la leggenda - gli ha allungato con quella stessa Mano de Dios che nel 1986 aveva già riscritto la geografia del possibile. I miti, quando sono veri, sanno farsi da parte. Diego ha passato il testimone: il calcio non perdona chi si aggrappa al trono troppo a lungo.
Questo il paradosso più avvincente e crudele della saga. Messi non ha ucciso Maradona. Lo ha completato. Lo ha reso necessario. Senza il ragazzo di Rosario che vomitava di ansia in campo, Maradona sarebbe rimasto un genio irripetibile e basta. Con Messi trionfatore, El Pibe diventerebbe il gene fondativo di una stirpe, il primo nome di una lista che ora ha un secondo capitolo da aprire. Sollevare una seconda coppa, per staccarsi definitivamente dall’effigie di essere il più grande piede tecnico del calcio contemporaneo e porsi sempre più in alto, distanziando il balzo della Mano di Dio, l’arte del Pibe de Oro che entrava in campo già santo e dannato. Con Maradona alle spalle diventerebbe qualcosa di più: quel Messia definitivo che il popolo del gol aspettava da decenni. Non il figlio che supera il padre, ma il figlio a cui il padre, dalla tomba, passa la staffetta divina. Spagna-Argentina è molto più di una finale e di uno scontro continentale: assume i contorni del duello epico che ci racconteremo. Da una parte i pronipoti dei conquistadores che mandano in campo un bambino-profeta di diciott’anni, Lamine Yamal, investito anche lui del ruolo del nuovo Messia da un paese multietnico e moderno. A contenderglielo un’Argentina perennemente irredenta, dalla garra gaucha, quell’anima furiosa e aggressiva che non ha mai smesso di rivendicare il proprio diritto al miracolo: calciatori che giocano come se ogni pallone fosse un conto in sospeso con la storia, con le umiliazioni subite, con un’Europa che li ha sempre guardati come manovalanza talentuosa e mai come protagonisti.
A sfidarli vedremo Yamal: se riuscirà a diventare la magia a cui tutti abbiamo assistito. Lo ammiriamo e ci stupiamo per i suoi messaggi sempre più chiari: da un fisico ancora in mutazione. Un ragazzino che corre, dal viso ancora liscio, dagli occhi spalancati di un cucciolo ribelle che non ha ancora paura di Dio. Il pronipote e il Padrino: Messi che, a trentanove anni, vuole trionfare definitivamente con lo sguardo in preda alla trance di chi ha già visto l’inferno più volte e ne è uscito. Non c’è antagonismo tecnico: siamo di fronte alla riscrittura del mito. La Spagna offre il nuovo predestinato, l’Argentina risponde con il campione che si rifiuta di uscire di scena. I conquistadores tornano, ma questa volta il Nuovo Mondo ha già trovato il proprio eroe e non ha intenzione di abdicare. Noi, nella comoda, sempre più svilita Europa che genera calciatori viziati e che non lottano - come abbiamo visto fare gli inglesi nei loro scellerati ultimi 20 minuti della semifinale: noi ci chiediamo di cosa si nutra il fuoco della motivazione degli argentini. Sarà la consapevolezza di sentirsi derubati, umiliati, dimenticati e di dover dimostrare a ogni generazione di essere ancora degni del mito che arde nel loro uomo simbolo e martire - Diego Armando Maradona - che l’Europa ha triturato: dalla vile Barcellona che lo additava a sudaca, alla Napoli dei tifosi che lo stra-amavano e le feste costrette tra camorristi che lo ammazzavano a rate. Maradona è stato l’ascesi grezza, carnale, forma pagana dell’urlo d’orgoglio dal sangue indio Guaranì: nella Mano di Dio un furto giustificato dalla fame di giustizia di tutto il mondo sfruttato. Messi è la vendetta silenziosa che trasfigura, rendendosi imprendibile ai più atletici difensori del pianeta: 39 anni ed essere ancora essenza creatrice di una balistica mai vista prima. Messi non urla: si limita a essere decisivo, partita dopo partita, con la stessa ostinazione con cui a sette anni si allenava, sapendo di essere più piccolo e più fragile di tutti gli altri. Chi alzerà quella Coppa? Nessuno riesce a pronunciarsi. Il mito del primato vive dell’eterno confronto, ciò che diventa per i posteri testimonianza e narrazione. Il giovane predestinato contro il campione che non vuole ancora smettere di scrivere la propria leggenda. A noi solo l’emozione di essere tra i miliardi di anonimi spettatori in attesa di un verdetto che ci possa far dire: c’ero anch’io.