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18 ottobre 2021

Mettetevi l'anima in pace: il dress code al GP d'Arabia Saudita è solo il primo passo

  • di Giulia Toninelli Giulia Toninelli

18 ottobre 2021

Quattro tappe arabe nel calendario ufficiale di Formula 1 del 2022, una ad aprire il mondiale e una a chiuderlo, fanno da panorama ai sempre più influenti interessi del mondo arabo nei confronti di Liberty Media. La polemica nata sui social in queste ore sul dress code da utilizzare durante il weekend di gara in Arabia Saudita potrebbe quindi essere solo l'ultimo dei problemi
Mettetevi l'anima in pace: il dress code al GP d'Arabia Saudita è solo il primo passo

Se il calendario provvisorio per la stagione di Formula 1 2022 sarà confermato, ad aprire il mondiale il prossimo anno sarà il Gran Premio del Bahrain che ruberà così l'onore al Gran Premio di Melbourne, spostato a terza tappa della stagione.

Gli appuntamenti arabi saranno ben quattro con, oltre al Bahrain, il Gran Premio di Jeddah in Arabia Saudita, il Gran Premio del Qatar (non ancora confermato) e quello di Abu Dhabi a chiudere il mondiale il 20 novembre del 2022. Anche se non si hanno ancora conferme sulla presenza o meno del circuito di Losail all'interno del calendario della prossima stagione, si parla di un contratto decennale già firmato con il Qatar, per portare la Formula 1 nel paese a una cifra che, si dice, sia la più alta mai raggiunta dalla FIA.

Quattro tappe arabe racchiuderanno il campionato, aprendo le danze in Bahrain e chiudendole ad Abu Dhabi, mentre nel mezzo faticano a trovare spazio (e fondi sufficienti) autodromi storici come Monza, Spa, Montreal o Suzuka. Considerando la rapidità e l'intensità con cui i paesi arabi si stanno interessando agli affari di Liberty Media non è più così assurdo pensare a una Formula 1 del futuro costellata da circuiti nati in mezzo al deserto, costretta però a rinunciare a parte della sua storia.

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Negli ultimi mesi si sono fatti insistenti i rumors su un possibile interesse, da parte di un fondo arabo, nel rilevare Liberty Media dalla proprietà della Formula 1: "Gli americani sembrano aver perso interesse per i loro giocattoli miliardari. I sauditi sono pronti ad acquistare la Formula 1, per poi portare lo spettacolo ancor più verso la regione asiatica - aveva scritto il famoso giornalista svizzero Roger Benoit a settembre - Le dieci squadre con base in Europa e diversi organizzatori dovranno fare attenzione: il denaro non è più nel Vecchio Continente".

Questo, unito alla sempre più importante presenza di Aramco, compagnia nazionale saudita d'idrocarburi da tempo inserita nel mondo degli sport motoristici, che dal 2020 è diventata una delle sei aziende sponsor globali della categoria, fa pensare a una Formula 1 poco interessata ai famosi motti di uguaglianza e attenzione ai diritti umani, proclamati nel 2020, e invece molto attenta ai soldi provenienti dai paesi del Medio Oriente. 

La polemica nata in queste ore sui social a causa del dress code che giornalisti e addetti ai lavori dovranno indossare nel corso del weekend di gara in Arabia Saudita quindi, potrebbe essere solo il primo passo verso una Formula 1 che - se vuole sopravvivere - dovrà accettare la cultura e le regole di paesi molto diversi dal nostro. Il CEO del circus Stefano Domenicali aveva parlato di "portare i nostri valori" in Medio Oriente, spostando quindi la critica in un'occasione di crescita per entrambe le parti, ma questa prima restrizione sembra indicare una scala di valori completamente diversa da quella Occidentale. 

Tra chi difende l'Arabia Saudita perché "paese che vai, cultura che trovi" e chi invece critica aspramente l'imposizione di un dress code nel corso di un evento internazionale, il focus della situazione dovrebbe riguardare le scelte della Formula 1 in generale, la direzione che sta prendendo il circus e quello che potrebbe decidere di fare Liberty Media in poche, pochissime, stagioni. 

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