Che Casey Stoner fosse un fuoriclasse non lo si scopre di certo oggi. Due titoli mondiali con due case diverse, Ducati nel 2007 e Honda nel 2011, trentotto vittorie, un ritiro anticipato a 27 anni e il posto fisso tra i “fantastici quattro” della MotoGP di quegli anni insieme a Valentino Rossi, Jorge Lorenzo e Dani Pedrosa. Ma soprattutto, un modo di guidare così speciale da essere impossibile da replicare per qualsiasi altro pilota, anche da quei pochissimi di pari livello.
Uno stile devastante e unico nel suo genere, tanto da far rimanere impresso nella mente il modo in cui sbatteva la moto da una parte all’altra dei tracciati, controllandola in uscita di curva e guidando sopra delle righe che per gli altri sembravano irraggiungibili. Casey lo faceva spesso, lasciando ogni volta a bocca aperta chi lo stava guardando o, forse, sarebbe meglio dire ammirando.
Vale la pena menzionare le magie di Phillip Island, dove quella diversità diventava cinema assoluto: lì l’australiano non aveva semplicemente più margine sugli altri, faceva un altro sport. E non è un caso che, ancora oggi, quando gli chiedono chi vincerebbe su quel circuito tra lui e Marquez, lui risponde: “Penso di avere ancora qualche segreto lì”.
Casey è sempre stato uno che si è raccontato da solo, con i numeri e con le sue imprese da circo. Non ci voleva quindi Michele Pirro, ospite da Mig Babol, a farcelo capire. Eppure, il racconto del test rider di Ducati ha comunque qualcosa di speciale, spiegando in parole poverissime dov’è che risiedeva tutta quella differenza.
Si parte dalle convinzioni degli uomini di Borgo Panigale, gli stessi che con l’australiano avevano scritto la storia: “Tutti mi dicevano: ‘questa moto la guida lui, vince lui”. Non era un modo di dire, ma la realtà, con una moto costruita attorno a un solo pilota, oltretutto diverso dagli altri sotto ogni aspetto. E infatti, mentre Pirro e gli altri lavoravano per renderla guidabile da chiunque, una volta tornato in squadra nel ruolo di tester Stoner andava nella direzione opposta: voleva una moto “incazzatissima”, senza elettronica a smorzare la sua guida. Zero anti-wheeling, zero controllo di trazione: quello lo gestiva lui, in tempo reale, con il freno posteriore.
Impossibile persino da immaginare, ma erano i numeri a dargli ragione: “Magari perdeva uno o due decimi in ingresso, ma te ne recuperava uno e mezzo in percorrenza. Rischiava meno con l’anteriore perché non era uno staccatore puro: era uno che usava benissimo il gas e il freno posteriore”. Insomma, recuperava grazie a una sensibilità magica, roba che in MotoGP non si vedeva da anni.
Una caratteristica sua e di nessun altro. Pirro conferma, raccontando di quella volta a Sepang quando provò la sua mappatura elettronica e finì per bruciare un intero treno di gomme Michelin già nel giro di riscaldamento, quello in cui normalmente si scalda tutto senza forzare. “Ho fatto un giro e ho detto: aspettate un attimo, me l’avete spenta?”. E no, non un errore, ma semplicemente il modo in cui Casey usava la moto, a tratti insostenibile.
“Se noi avessimo guidato così - ammette Pirro - saremmo svenuti, perché era faticoso anche mentalmente. Per lui invece era naturale, era nel suo DNA”. Cinquanta, sessanta bar di pressione sul freno posteriore per un giro intero, senza che l’elettronica intervenisse mai. Una guida che oggi, con moto sempre più assistite, non esiste più.
C’è infine un aneddoto che parla di Casey anche lontano dalle gare, quando c’era soltanto da sviluppare la moto lavorando in squadra. Era così per tutti, tranne che per lui: “Era venuto per dimostrare il suo talento e il suo ego; non gli interessava fare i test o le gare in senso continuativo. Pensava che tutti gli altri fossero inferiori. Lavorava per se stesso”.
C’è spazio però anche per una battuta che, alla fine, spiega meglio di qualsiasi altra statistica perché Stoner resti irripetibile: “Nei primi anni in Ducati scherzavamo dicendo che, se avessero fatto un mondiale a sorteggio in cui a ogni gara cambiavi moto, lui sarebbe arrivato comunque al top”. Su questo ci sono veramente pochi dubbi e no, non ci voleva Michele per dire che Stoner fosse un fenomeno. Eppure, questo ennesimo racconto spiega perché oggi, nella MotoGP moderna, un pilota così non esista più. In parte perché lo sport è cambiato. In parte, semplicemente, perché di Stoner ce n’è stato solo uno