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Nel silenzio irreale
di San Siro durante il derby
come nella pancia di Moby Dick

  • di Tancredi Palmeri Tancredi Palmeri

17 maggio 2023

Nel silenzio irreale di San Siro durante il derby come nella pancia di Moby Dick
Ok lo sport professionistico, va bene l’esposizione mediatica mondiale, niente da dire sulla posta in gioco milionaria, ma volete mettere 75mila persone in silenzio in uno stadio di calcio? È quello che è accaduto prima del fischio di inizio del match tra Inter e Milan, che ha visto trionfare i nerazzurri che sono volati alla finale di Champions. Noi a San Siro c’eravamo e vi raccontiamo cosa vuol dire trovarsi nella pancia di Moby Dick...

di Tancredi Palmeri Tancredi Palmeri

Mancavano 15 minuti al fischio d’inizio. Avevo finito le mie dirette pre-partita fuori dallo stadio, mi preparavo ad entrare. Gli auricolari erano ancora nelle mie orecchie, per cui non avevo una percezione nitida dei suoni attorno a me. Però durante l’ultimo intervento, e nei momenti dopo in cui smontavo il set, avevo l’impressione che attorno si fosse creato il silenzio. Non poteva essere, dopo 6 ore con l’onda dell’entusiasmo e dell’eccitazione montata nel frastuono. Mi sono girato verso lo stadio, camminando in direzione del cancello. Ho estratto gli auricolari dalle orecchie, e il silenzio è rimasto immobile. Non capivo cosa succedesse, pareva fosse un minuto di raccoglimento. Mentre stavo per arrivare al cancello, ho capito: l’intero San Siro per una ventina di minuti, tra la fine del riscaldamento e il fischio d’inizio, ha inspirato ed espirato in silenzio, sopraffatto dall’emozione, come un animale che arranca.

Moby Dick era riemerso dopo un inseguimento di 25 giorni fino alla battaglia finale, dopo sei giorni di lotta, e stava per inabissarsi per l’ultimo duello, venuto a galla a trattenere il respiro, forse l’ultimo. E quando la mattina dopo il derby, camminando per le strade come un sopravvissuto a una guerra nucleare, stravolto come quelli che incrociavo reduci dall’estrema tortura - ché sul campo sono rimasti sconfitti e sopravvissuti, non vincitori - parlando con chi era già dentro ne ho avuto incredibilmente la conferma: in ordine sparso mi hanno detto. “È pazzesco, nessuno si era messo d’accordo, ma di colpo sembravano tutti inebetiti dalla tensione”. “Mi sono girato e vedevo la gente con la faccia trasfigurata”. “Mi sono seduto con la testa tra le mani e lo sguardo fisso a terra, sentivo sopra di me qualcosa d’imponente”.

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Nella "pancia" di San Siro

Nel tramonto blu del cielo di Milano coperto dalla tensione, ho visto il Moloch tagliare in due il cielo, nell’atto di riempirsi del suo essere. Un monolite di fronte alla coscienza di ognuno, lo specchio del tempo insostenibile. La linea d’ombra tra quello che vuoi e la sofferenza per ottenerlo. Ho assistito letteralmente al gigante di San Siro inspirare per prendere forza, e di nuovo dopo 20 anni risollevare da terra chi c’era dentro. È stato indescrivibile, indimenticabile, incredibile. Epico. 

È stato insostenibile. Umanamente insostenibile. Avremo bisogno di altri 20 anni (almeno) per provarlo di nuovo, quando una nuova generazioni avrà l’incoscienza di sentire l’attrazione dell’ignoto. Della balena che emerge e ti scruta in silenzio, e tu senti l’insopprimibile voglia di infrangerti nel pericolo. Questo è stato il derby di semifinale di Champions.

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