“Restiamo uniti”. Sono le ultime due parole delle pochissime che Jorge Martìn, dopo il podio conquistato nella Sprint di Goiana, è riuscito a dire. Una esortazione che vale per tutti – per lui, per la squadra, per i suoi tifosi – ma che, forse, era rivolta ai suoi occhi. Sì, quegli stessi occhi ancora umidi delle lacrime a cui s’erano lasciati andare poco prima, subito dopo una bandiera a scacchi che ha avuto il sapore della liberazione. Perché, se simbolicamente le andiamo a analizzare, quelle lacrime mica sono fatte della stessa sostanza per l’occhio destro e l’occhio sinistro. E’ come se Jorge Martìn avesse pianto – ovviamente stiamo giocando – lacrime diverse proprio. Quelle del ragazzo che rinasce con un occhio. E quelle del ragazzo che, per colpa della frenesia, potrebbe aver fatto la più grossa ca*zata di tutta la sua carriera.
Anzi, forse le seconde lacrime, quelle “disperate” potrebbero essere cominciate pure prima della bandiera a scacchi, quando Martìn s’è ritrovato fianco a fianco con un Fabio Quartararo praticamente fermo e costretto a dare l’anima per portare a casa qualcosa, mentre lui e la sua Aprilia andavano a prendersi la prima vera grande gioia insieme. Quell’Aprilia che Jorge Martìn ha troppo in fretta deciso di lasciare e che invece, adesso, lo ha portato lassù, proprio mentre quella Yamaha che ha scelto per il 2027 fa una fatica terribile anche solo a pensare di tenere il passo. Tempo per tornare sui propri passi, probabilmente, non ce ne è più. E’ così che è andata e il motorsport è pure questo, ma di sicuro il tempo c’è per onorare il presente e, battute a parte, in quel “restiamo uniti” Jorge Martìn ha forse voluto voluto nasconderci una mezza idea gustosa di brutto: “possiamo sognare” anche se il nostro tempo insieme ha già una scadenza fissata.
Le altre lacrime? Sono quelle più normali. Più umane. Più semplici da capire. Perchè sono state quelle di chi nei pochi metri di un traguardo attraversato da terzo di giornata s’è visto passare nella testa tutte le immagini di un calvario durato un anno. Il dolore. La sofferenza. Il pensiero che potesse essere già finito tutto. La costanza che c’è voluta per dimostrare prima di tutto a se stesso di non essere finito. Di potercela fare. “Solo poco tempo fa – ha detto ancora nella sua intervista super breve al parco chiuso – la mia ragazza mi aiutava a mangiare perché da solo non riuscivo. E’ stato un percorso davvero difficile”.
Di parole ne ha trovate un po’ di più, invece, subito dopo, intervistato dalla TV inglese. “La fiducia sta arrivando gradualmente e sto diventando più competitivo – ha spiegato - So di cosa ho bisogno dalla moto e cosa si adatta al mio stile di guida. Qui ho pensato di avere il potenziale anche per vincere, ma dopo la caduta in qualifica ho perso un po' di fiducia e nei primi giri sono stato un po' troppo prudente. Poi mi sono rilassato dietro a Marco, ma il ritmo non era male, ho sentito che ne avevo e ci ho provato. È una pista Aprilia, ma la Ducati ha ottenuto un primo e un secondo posto, quindi penso che siamo ancora un passo indietro rispetto a loro, ma abbiamo ancora qualcosa da provare per domani. È molto importante adattarsi rapidamente alle condizioni di questo circuito".