Meda ci racconta che l’idea è stata di Carlo Vanzini, collegato in riunione dal reparto di oncologia del San Raffaele, da cui è stato dimesso da poco. “Fai un monologo tu”, gli ha detto. Il monologo però non arriva, o comunque quell’altro non ci si mette fino a un paio di giorni prima della presentazione motori di Sky per il 2026. Evidentemente serviva la pressione per mettere insieme tutto quello che c’è bisogno di sapere su questa faccenda degli uomini e dei motori. Ne esce una traduzione di emozioni, ma pure un racconto che arriva a fondo con semplicità, roba che succede anche nelle grandi canzoni: è tutto immediato, ma pure pieno di strati e di piccoli spazi vuoti che ognuno riempie come gli pare rendendo il racconto anche un po’ il proprio.
Il monologo si chiama Quando senti il motore, è il cammino di un essere umano che nasce, appunto, sentendo il motore. Ti riporta lì, a quando l’hai sentito le prime volte. Poi qualcuno finisce a fare l’ingegnere, qualcun altro il pilota, l’appassionato, il giornalista o ancora il meccanico, il venditore, il disegnatore, il fotografo. C'è pure chi ancora deve capirlo. A forza di sentire il motore succede che un po’ per volta lo capisci, lui ti racconta le sue verità e tu pian piano invecchi. Quando è ormai ora di andare ti rendi conto che il tempo, dice Meda citando Pino Caruso, “scorre lentamente ad una velocità impressionante”.
È un monologo che spiega la velocità e il modo in cui va messa insieme. A un certo punto sbroglia quel gran malinteso per cui chi guarda distrattamente le corse ci vede dentro istinto e pazzia. E invece la velocità è proprio una buona catena di attimi, una catena costruita con lima, pensiero e ritmo. Non è una roba da scemi, sentire il motore. E infatti uno scemo che sappia dominare la velocità non si è mai visto. Meda parla di limiti che vanno accarezzati e di tutto quello che conta, che infatti arriva verso la fine, quasi al traguardo: cerca di pretendere il meglio da te, a volte questo potrebbe coincidere con l’essere il migliore.
Qualcuno ci si farà un tatuaggio con questo monologo, eppure non basterebbe scriverlo in corsivo per farlo arrivare così. Funziona meglio a voce, sono le parole adatte a spiegare qualcosa a cui un nome, magari, non eri riuscito a trovarlo. È un manifesto per lo sport del motore e per il motore che abbiamo dentro, perché il sospetto che ti sorprende verso il quarto ascolto è che sentire il motore sia anche quel modo lì di campare, a braccia aperte.
È una bella dedica da far ascoltare a quelli amici che si intendono di cinema, di musica, delle arti tutte e della scienza, anche di numeri magari, di cose serie e alte e grandi, complesse. Perché può capitare di trovarsi in un sottile imbarazzo a spiegare loro, o se non altro a comunicare, la piccola magia di quando lo senti, il motore. Ecco: fa proprio così, è proprio questa roba qui. Non è male, quando senti il motore.