C'è qualcosa della Topolino amaranto cantata da Paolo Conte nella storia di Igor Protti. Non la gloria dei vincitori, ma la malinconia degli eroi popolari. Non il rombo delle Ferrari del calcio italiano degli anni Novanta, ma il motore ostinato di un bomber di provincia che continuava a segnare mentre gli altri si prendevano le copertine. Forse non proprio una Topolino, ma certamente una Panda 4x4: perché Igor Protti non è stato soltanto un attaccante. È stato un modo di stare al mondo.
Nella Serie A di Roberto Baggio, Batistuta, Weah, Signori e Del Piero, lui era quello che arrivava da Rimini e dalla gavetta vera, quella fatta lontano dai riflettori, nei campi scalcagnati di provincia, più terra che erba. Eppure, nel 1996 riuscì in un'impresa che oggi sembra impossibile: diventare capocannoniere del campionato con 24 gol e retrocedere con il Bari. Provate a pensarci. Il miglior attaccante della Serie A che finisce in Serie B. Mentre Baggio, Batistuta, Weah e Del Piero si prendevano le copertine, lui si prendeva i gol ma anche la retrocessione. Segnava più di tutti, ma non bastava. Era il migliore e allo stesso tempo era dalla parte di quelli che perdevano.
Forse è tutta qui la storia di Igor Protti. Un paradosso perfetto. Quasi poetico. Ma i gol, a pensarci bene, c'entrano fino a un certo punto.
Perché Protti è diventato Igor Protti soprattutto dopo. A Livorno. Una città che non ama particolarmente i vincenti ma adora quelli che restano, quelli che si schierano, quelli che non si montano la testa. E Protti aveva qualcosa che oggi sembra rarissimo: non dava l'impressione di interpretare un personaggio. Era semplicemente se stesso.
Lo potevi incontrare sul lungomare in canotta e infradito, in motorino, con la faccia di uno che non aveva mai capito fino in fondo perché la gente lo considerasse un mito. In una città raccontata da Paolo Virzì meglio di chiunque altro, sembrava uno che da Ovosodo fosse uscito davvero. Uno di quelli che discutono di calcio, politica, mare e vita allo stesso tavolino, senza stabilire gerarchie. Uno di quelli che davanti a una ruzzata rispondono prima con un "boia de'" che con una dichiarazione ufficiale. Non era nato a Livorno. Ma Livorno se l'era preso. E non è una roba che succede spesso.
Per capire cosa sia stato Igor Protti bisogna guardare anche fuori dal calcio. Bisogna guardare appunto a Virzì, al Vernacoliere, alle notti sul porto, a quell'immaginario profondamente livornese fatto di ironia, malinconia, appartenenza e ostinazione. Protti stava lì dentro perfettamente. Non come un calciatore, ma come una figura da canzone di Bobo Rondelli: una di quelle facce che puoi immaginare al tavolino di un bar sul porto, con il sale addosso, un ponce, un cinque e cinque e una storia che sembra sempre sul punto di cominciare. È questo che Livorno gli ha riconosciuto. Non soltanto i gol ma l'appartenenza. Se state pensando a Federico Frusciante, beh ci avete preso.
Oggi che il calcio è pieno di superstar globali, di identità costruite dai social, di giocatori che sembrano prodotti prima ancora che persone, la figura di Protti appare quasi irripetibile. Non perché fosse il più forte. Ma perché era autentico senza doverlo dichiarare ogni cinque minuti. Per questo la sua scomparsa colpisce anche chi non ha mai tifato Bari o Livorno. Perché se ne va uno degli ultimi bomber di provincia, uno degli ultimi capitani operai, uno degli ultimi personaggi che potevano diventare simboli senza trasformarsi in marchi.
L'ultimo gol della sua carriera lo segnò il 22 maggio 2005 contro la Juventus, al Picchi ovviamente, davanti alla sua gente. Poi lasciò la fascia di capitano a Cristiano Lucarelli e uscì dal campo. La Juventus era appena diventata campione d'Italia, per l'ennesima volta, o almeno così sembrava allora. Un anno dopo sarebbe arrivata Calciopoli a cambiare il racconto di quella stagione. Ma forse conta poco. Perché mentre il calcio italiano si preparava a entrare nell'epoca degli scandali, dei brand globali e dei procuratori superstar, Igor Protti stava già uscendo di scena. A modo suo. Con un gol, una fascia passata a un amico e una città intera ad applaudirlo.
Cisi.
Più probabilmente sopra un vecchio Ciao, con il mare sulla sinistra e il vento di Livorno in faccia.
Come fanno i livornesi quando salutano uno di casa.