Giovanni Malagò di mestiere, o meglio, di vocazione familiare, per la prima parte della sua vita è stato un venditore. Un venditore di auto di lusso precisamente, il proprietario di un concessionario e agente per BMW, Ferrari e Maserati. E cos'è un venditore se non un mediatore fra gli interessi della casa madre e degli acquirenti, ovviamente sempre con un occhio di riguardo anche per i propri. Un affabulatore, un narratore, un professionista che ha come grande capitale la propria credibilità, un rapporto fiduciario con la base e con i piani alti. Che siano solo queste le doti necessarie per il nuovo presidente della Figc? Assolutamente no. Ma il calcio italiano ha bisogno di un venditore, di qualcuno che lo renda di nuovo credibile, appetibile e poi di conseguenza vincente.
Giovanni Malagò è ancora in parte proprietario della concessionaria di famiglia, la Samocar. E se vendere la Ferrari Luce, la contestatissima Ferrari elettrica, sembrerà un'impresa, risollevare il calcio italiano dal pantano in cui è finito non è nemmeno paragonabile. Giovanni Malagò eredita una Federazione Italiana Giuoco Calcio in crisi nera. Una Nazionale sfiduciata, reduce da tre disastri mondiali (o meglio pre-mondiali) consecutivi. Una base povera, che non riesce a coltivare il talento, in mano a soldi, procuratori e amici degli amici. Stadi fatiscenti, infrastrutture inesistenti. Un assetto istituzionale litigioso, preda di personalismi, di singole componenti in guerra tra loro e dentro loro. Gli arbitri sono dilaniati dalle faide interne e svergognati dalle inchieste giudiziarie. La Lega Nazionale Dilettanti ha sostenuto il suo rivale, nonché Presidente della stessa LND, Giancarlo Abete.
Per risollevare la Federazione Malagò dovrà mettere in campo anche l'altra sua grande dote, quella del manager. L'organizzatore di successo, prima del circolo Aniene, poi del Coni, nell'avventura culminata con il capolavoro delle Olimpiadi di Milano-Cortina. “Da solo non posso fare niente, con voi posso fare tutto”, sono state le parole di Malagò dopo l’assemblea che lo ha incoronato. Sì, perché attenzione a pensare che Malagò sia la panacea di tutti i mali. Il cancro del calcio italiano ha portato a metastasi diffuse, non basta un uomo solo per estirparlo ma serve una comunità d'intenti che metta da parte gli interessi personali. E attenzione a santificarlo prima del dovuto. Malagò rimane un personaggio controverso, uno che nel mondo degli incarichi e dell'amichettismo ci ha sguazzato una vita, uno a cui è stata annullata la laurea per aver falsificato tre esami universitari con l'aiuto di un bidello. “Nei miei vari incarichi io ho cercato sempre e solo uno scopo: fare grande l’Italia” ha detto. Un arcitaliano alla guida del più italiano degli sport. Può essere una grande storia o una rovinosa sconfitta, ma alla seconda ipotesi ormai siamo abituati.
E la mediazione servirà anche e soprattutto con quella componente politica che dal palco dell'assemblea è stata ripetutamente attaccata.
A pungere duramente è stato Ezio Simonelli, presidente della Lega di Serie A: “Il calcio, nell'ultimo periodo, ha dovuto subire decisioni da parte della politica. Bisogna riuscire ad avere un dialogo, anche se in questo momento la politica ha cercato di prendere le distanze. Poi, quando i risultati ci daranno ragione, cercheranno di saltare sul carro dei vincitori e ce ne ricorderemo”.
Ma è Gabriele Gravina, nel suo discorso di commiato, a infierire con i toni più duri. Il presidente uscente non smette di togliere sassolini dalla scarpa, ed ha attaccato senza filtri l'esecutivo, accusandolo di aver colpito proprio nel momento più delicato per il calcio italiano: “Ha deciso nottetempo, una settimana fa, di sopprimere per legge anche l'unica via di finanziamento destinata alla valorizzazione dei giovani e dei centri federali, eliminando il comma che riconosceva una minima percentuale della mutualità generale a queste finalità. Con questa decisione, nemmeno comunicata, forse pensavano di punire la vecchia e la nuova Figc? Si sono sbagliati: hanno fatto il male del calcio”. Il riferimento è al decreto che ha soppresso il vincolo dell'1% dei diritti tv, circa 11 milioni di euro, destinato agli investimenti nei settori giovanili, sostituendolo con l'obbligo di trasferire quella quota alle società professionistiche del calcio femminile.
A chiudere il cerchio dello scontro tra calcio e politica è Giancarlo Abete, sconfitto al voto ma protagonista anch'esso dell'assemblea: “È cambiato il rapporto tra lo sport e la politica. Negli ultimi 12 anni il Coni è cambiato molto, ora ha un quarto del bilancio del 2014 e non ha più la gestione di tutte le federazioni”.
E Malagò ha già dimostrato che in trincea contro la politica ci sa stare eccome. Lo scontro più duro è arrivato nel 2018, quando il governo gialloverde ha varato la riforma Giorgetti, svuotando il Coni di fondi e poteri a favore della nuova Sport e Salute. Malagò non la manda giù: “Questa non è la riforma dello sport italiano, è un'occupazione del comitato olimpico italiano”. Negli ultimi anni di mandato il fronte si è riaperto con il ministro Andrea Abodi, critico sulla riforma del Coni e poi decisivo nel negargli un quarto mandato, nonostante l'appello di 43 presidenti di federazione perché restasse. Sarà lo stesso Abodi, mesi dopo, a tentare di bloccare la sua corsa alla Figc sollevando dubbi sull'eleggibilità, poi respinti dall'Anac.
Il caro Malagò si è preso una bella gatta da pelare, per dirla in francese un bel caz*o. Una battaglia in cui tutti i suoi predecessori si sono impantanati. Il programma presentato punta su cinque assi: competitività delle Nazionali, sostenibilità economica, giovani, infrastrutture, governance. Tra le proposte concrete: reintroduzione del Decreto Crescita, cancellazione del divieto di pubblicità sul betting (un tesoretto da 160 milioni), accelerazione dei 31 progetti-stadio già in cantiere. Ma il primo vero esame sarà la scelta del nuovo ct, già indirizzata verso Roberto Mancini. Prima ancora si dovrà definire il direttore tecnico federale: circolano i nomi di Maldini, Ranieri e Massara. In fondo le Ferrari si vendono da sole, anche la Luce. Il calcio italiano no. È un prodotto indebitato, screditato, con acquirenti che già tre volte si sono lasciati infinocchiare. Non ci resta, per il bene di tutti, che fare un grande in bocca al lupo a Giovanni Malagò, ne ha bisogno.