Sinner dovrebbe cacciare Vagnozzi. Dovrebbe cambiare preparatore. Dovrebbe cambiare il dritto. Dovrebbe cambiare programmazione. Dovrebbe cambiare colore di capelli. Numero di scarpe. Spegnere l'aria condizionata in macchina e mettersi una sciarpa quando esce. Ma quando la smetteremo di fare i disfattisti? Di processare Jannik Sinner ogni volta che perde. Forse non siamo abituati ad avere uno sportivo così forte, continuo, dominante. Jannik Sinner per gli italiani è stato come una droga. Dopo decenni di astinenza ha iniziato a vincere e allora ne vogliamo sempre di più. La verità è che ci ha abituato troppo bene. Con le sue prestazioni continue ci siamo assuefatti alla vittoria. Lo scorso anno Jannik ha chiuso la stagione con solo sei sconfitte: una per ritiro contro Griekspoor, una contro Bublik e quattro contro Carlos Alcaraz. Ma non siamo un po' provinciali con questi ragionamenti? Quando lo capiremo che quello che Sinner ha fatto fino ad adesso è un'eccezione, che vincere sempre non può e non è mai stata la regola. Non lo è stato per Nadal, Djokovic e Federer, non lo è neanche per il suo rivale Carlos Alcaraz. Lo scorso anno lo spagnolo ha prima perso ai quarti di finale degli Australian Open contro Djokovic, poi ha vinto il 500 di Rotterdam per poi perdere di nuovo tre tornei in fila: Doha ai quarti contro Lehecka, Indian Wells in semifinale contro Draper e Miami addirittura al secondo turno contro Goffin. Tutti avversari non esattamente irresistibili, tre sconfitte in fila dopo aver perso anche uno Slam. Poi è arrivata la terra e la rinascita fino alla partita dell'anno proprio contro Sinner a Parigi. Ma nessuno in quei momenti ha pensato che la carriera di Alcaraz fosse finita. Nadal tra il 2015 e il 2016 ha perso per due volte di fila al Roland Garros. Djokovic per un periodo uscì addirittura dalla top 20. E allora perché con Sinner siamo così preda delle emozioni? Quando vince è il migliore al mondo, il numero uno, vincerà tutti gli Slam da qui a vent'anni e riscriverà la storia del tennis. Ma appena perde è finito, è rimasto indietro, il gap con Alcaraz è troppo ampio e presto lo raggiungeranno gli altri...
Ieri Jannik Sinner ha perso ai quarti di finale del torneo di Doha contro Jakub Mensik. Una sconfitta brutta, meritata. Mensik è sembrato una versione plus dello stesso Sinner: prime fortissime, grande costanza e consistenza da fondo campo, intensità alle stelle, con l'aggiunta di un'aggressività che non è propria del tennista azzurro. Dal lato del numero 2 al mondo poi non è sembrato esserci il miglior Sinner, scarico e fiacco sulle gambe. Certo, Sinner non ha perso sicuramente contro un brocco. Mensik è tra i giovani più promettenti del circuito, classe 2005 ha già vinto un 1000 e si trova ora alla posizione numero 13 del mondo. Il ceco, in futuro, è uno dei candidati al ruolo di terzo incomodo fra Sinner e Alcaraz e ieri lo ha dimostrato. Per Sinner sono subito partite le sirene. Sul banco degli imputati il suo allenatore, Simone Vagnozzi, colpevole secondo alcuni della scarsa evoluzione del gioco di Sinner; o ancora il preparatore atletico Umberto Ferrara, quello del caso Clostebol, che non gli avrebbe dato un'adeguata verve atletica. Se da un lato è vero che sia a Melbourne che a Doha la preparazione di Sinner è apparsa un po' indietro, dall'altro dobbiamo però ragionare sul fatto che sono i primi tornei dell'anno, che si sono svolti in condizioni di caldo estremo e che la preparazione dovrà durare fino al prossimo novembre. Ma al di là di questo, con ogni probabilità la difficoltà del campione azzurro è anche e soprattutto mentale. Sinner ha fiutato il clima che gli si sta creando intorno e ha subito rassicurato: “Non è successo nulla di grave, nessun disastro: sono momenti che succedono nel tennis, ma sono molto sereno, prima o poi mi tiro fuori e riparto" ha detto a Sky Sport. "Sono certo che il lavoro ripagherà: devo ritrovare fiducia, poi ritroviamo anche il ritmo. Non sarà a Miami, forse, non sarà a Indian Wells, ma il lavoro ripagherà. Ripeto. Non è successo nulla di grave, sono momenti che succedono, tutti ci sono passati". Sinner non si preoccupa, noi neppure e alimentare l'ombra di una crisi non può che far peggio al suo stato psicologico. L'italiano si trova davanti a un periodo di flessione, che nella stagione di uno sportivo è fisiologica e normale. Il problema non è una sconfitta a Doha, ma la nostra incapacità di accettarla. Nello sport nessuno vince sempre. Che si chiami Djokovic, Nadal, Alcaraz o Sinner. E quindi ora alla vera prova di maturità, più che Sinner, sono chiamati i suoi tifosi.