Quello fra Jannik Sinner e i Giochi Olimpici è sempre stato un rapporto complicato. O meglio, un rapporto praticamente inesistente, due rette che non si sono mai incrociate. A Tokyo non ha partecipato per scelta tecnica del suo allenatore dell'epoca, Riccardo Piatti, che ai Giochi preferì il 500 di Washington, poi vinto. A Parigi dovette dare forfait a causa di una tonsillite, ma il sospetto è che la reale causa fosse il caso Clostebol già nell'aria. Ora è arrivato l'ultimo annuncio, Sinner non parteciperà alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina. Il numero 2 al mondo era già stato nominato ambassador dei volontari, e si era paventata l'ipotesi di una sua partecipazione come tedoforo alla cerimonia. Sinner infatti non solo è un simbolo dello sport italiano ma anche un praticante e appassionato degli sport invernali. È arcinoto che agli inizi della sua carriera si dividesse fra tennis e sci, dove dava del filo da torcere addirittura a Giovanni Franzoni.
"Sono sicuro che ci sarà un’atmosfera incredibile. Ci sono tanti italiani in gara soprattutto del nostro Alto Adige, questo è bello perché noi siamo piccoli ma comunque siamo conosciuti nei nostri sport. Sarà bello guardarle", ha dichiarato durante l'Australian Open. Ma alla cerimonia d'apertura l'altoatesino non ci sarà. Difficile da mandare giù, soprattutto per il Coni e l'organizzazione, ma il motivo è semplice: deve concentrarsi sugli allenamenti.
La stessa motivazione più o meno per cui Sinner aveva già dato forfait a vari eventi. Il Festival di Sanremo, l'incontro al Quirinale con Sergio Mattarella, l'ultima Coppa Davis. Dei no che fanno rumore. Soprattutto quando con una vena di razzismo si dice che siano legati al fatto che a Sinner dell'Italia non interessi niente. L'allenamento è una scusa per smarcarsi dagli impegni? Sì e no. Jannik Sinner è un giocatore di tennis, uno dei migliori, non un trofeo da esibire. La sua priorità, come è giusto che sia, è giocare a tennis nel miglior modo possibile. E guai se fosse altrimenti. Sinner rifugge il jet set, i riflettori fini a se stessi. Deve allenarsi, ha in mente solo il risultato e il percorso per raggiungerlo. È l'ossessione che lo ha portato ai vertici del tennis, e non possiamo criticarlo per questo. È il prezzo dell'eccellenza, poco importa se è incompatibile con la ritualità pubblica. Cosa avremmo detto del resto se avessimo visto Sinner qua e là in televisione ma fare fatica in campo? Non sono proprio gli stessi motivi per cui si criticava Matteo Berrettini? La verità è che il tifoso italiano non è mai contento.
Senza contare che Sinner sta vivendo un periodo difficile della sua carriera. Perché sì, se Jannik Sinner non arriva in finale in un Slam vuol dire crisi. È il dolce paradosso di essere un fenomeno generazionale. In Australia il campione non è mai sembrato al top, ha sofferto il caldo, i crampi e i cinque set, uscendo sconfitto contro Novak Djokovic. L'altoatesino ha già prenotato degli esami al J Medical, il centro medico della Juventus, per indagare sulla violentissima crisi di crampi che lo ha colpito contro l’americano Spizzirri. Poi volerà a Doha per prepararsi in vista dell'Atp 500 di settimana prossima. L'obiettivo è tornare in carreggiata per ricominciare la caccia a Carlos Alcaraz. È la mentalità del campione, perché i no fanno rumore ma ancora di più lo fanno le sconfitte.