È decisamente un bel tipetto questo Pietro Sighel. Negli ultimi giorni da perfetto sconosciuto è diventato il nemico pubblico numero uno dei moralisti, italiani e non. Prima la sua esultanza dopo la vittoria della staffetta che ha fatto il giro del mondo. Ha tagliato il traguardo di spalle, girandosi verso gli avversari con le mani aperte. Sports Illustrated lo ha definito “l'arrivo più arrogante della storia della Olimpiadi”. Lui si è giustificato dicendo: “L'ho fatto per gasare il pubblico che ci ha molto aiutato”. Oggi poi è finito nuovamente al centro della cronaca sulle Olimpiadi per il reato di lesa maestà. Repubblica infatti lo intervista e titola “Arianna Fontana? Chi la conosce”. Benzina sul fuoco. Nell'intervista il pattinatore dice: “Da otto anni si allena all’estero, è una sua scelta. Di sicuro con lei non siamo una squadra, se non per i due minuti e mezzo in pista”. È l'ultima parte di un rapporto a dir poco difficile fra l'atleta italiana più medagliata degli sport invernali e il resto della squadra italiana. Sighel non le manda a dire, la attacca frontalmente nel bel mezzo delle Olimpiadi. È sicuro di sé il ragazzo, che del resto ha dalla sua i risultati. È il numero 2 al mondo dello short track maschile, ha già un argento e un bronzo delle Olimpiadi di Pechino e una sfilza di medaglie mondiali. In autunno si è anche laureato campione nella classifica di specialità dei 1.000 metri dell’ISU World Tour, la Coppa del Mondo dello short-track.
Sighel con i pattini ci è nato sul lago di Pinè, in Trentino. Il nonno Mario è stato uno dei precursori del movimento del pattinaggio di velocità nazionale. Il padre Roberto è stato il campione italiano più titolato di sempre e ha partecipato a cinque edizioni dei Giochi Olimpici, mentre anche la sorella Arianna è una pattinatrice di livello internazionale. Ora i geni della famiglia Sighel sembrerebbero aver creato un vero campione.
Ma Sighel non vuole essere solo forte in pista, vincere le medaglie, vuole fare di più. Il suo obiettivo è portare lo short track al grande pubblico: “È uno sport televisivo, spettacolare, con tutte le carte in regola. Servirebbe solo qualcuno che ci creda davvero”. Forse la sua allora non è arroganza, è trash talking, è un modo per far parlare di sé e del suo sport. “Con l’esultanza non volevo mancare di rispetto a nessuno. Solo degli idioti possono pensare che fosse una presa in giro. Il mio sport ha bisogno di visibilità: voglio portarlo nelle case degli italiani come fece Valentino Rossi con le moto. È il mio idolo assoluto”. Ma vi ricordate cosa si diceva proprio del Dottore all'inizio della carriera? Delle sue esultanze, i travestimenti e le scenette. Per non parlare del rapporto con i più “anziani”, Biaggi e Gibernau su tutti, altro che il battibecco Sighel-Fontana. L'azzurro che taglia il traguardo di spalle è Totti con la maglia “Vi ho purgato ancora”, è Messi che mostra la maglia sotto la curva. È adrenalina pura, sana guasconeria. E allora non gli rompete le pa**e. Perché questo Pietro Sighel è la personificazione dello short track, uno sport all'arrembaggio, da coltello fra i denti, sempre in bilico sul filo della lama. Un personaggio carismatico, un antieroe sui pattini. Arrogante e spavaldo, ma anche veloce, velocissimo. Questo Pietro Sighel o lo ami o lo odi.