Il vento che ha spazzato Phillip Island nella due giorni di test della SBK è stato la metafora perfetta dell’aria che tira: Nicolò Bulega fa un altro mestiere. Ma quel vento non ha confermato e basta qualcosa che, in fondo, sapevamo già tutti: ha sollevato pure polvere e dubbi sul futuro della SBK. Sì, perché la due giorni che precede il grande inizio in Australia ci restituisce una fotografia spietata sintetizzata alla perfezione dalle parole di Danilo Petrucci (l’unico che, almeno sulla carta, avrebbe potuto intimorire Bulega): “Io sto imparando, è come se cominciassi adesso a fare tutto con la mano sinistra”. Nicolò Bulega, invece, ha cannibalizzato l’asfalto, chiudendo l’ultima sessione con un 1:28.630 che è una bastonata dietro le ginocchia di tutti gli altri. Unico sotto il muro del minuto e ventinove(anche se con una gomma non utilizzabile in gara), con un distacco di oltre sei decimi sul primo degli inseguitori.
“Penso che sia andata abbastanza bene - ha commentato Nicolò - abbiamo provato qualcosa ma non ha funzionato, così siamo tornati alle impostazioni che mi si addicevano di più e ho migliorato. Perché dovrei sentirmi sotto pressione quando sono davanti? Se fossi rimasto indietro la sentirei, ma quando sono veloce mi sento a mio agio”. Ecco, sta tutto in questa semplicità disarmante, mentre dietro di lui si scatena il caos delle Ducati Panigale V4 R private. Sam Lowes è secondo, Lorenzo Baldassarri stupisce col terzo tempo confermando che il talento vero può distrarsi ma non scomparire, e Axel Bassani artiglia la quarta piazza con la Bimota dopo aver assaggiato la vetta nelle prime fasi. E poi c’è l’altra faccia: quella di Danilo Petrucci. Il ternano è dodicesimo, incastrato in un labirinto tecnico chiamato BMW M1000 RR che sembra non volerne sapere di farsi domare come faceva con un certo Toprak Razgatlioglu. Danilo ci prova. Suda. Analizza, ma il confronto col fantasma del turco è roba pesante pure per chi ha le spalle più larghe degli altri.
“Un buon bilancio – dice il ternano – ma di sicuro avrei voluto vedermi più in alto in classifica. Purtroppo non ci siamo riusciti. La verità è che sono al secondo giorno su questa moto, su una pista mai speciale per me. È come cominciare a scrivere con la sinistra: è sempre una mano, ma non ci sei abituato. Al momento sono al venti percento, non riesco a sfruttare la gomma nuova. Sappiamo che non è qui che dobbiamo pensare di vincere il campionato”. Vincere, per ora,è un verbo che non suona esagerato solo a Borgo Panigale e solo dove campeggia il numero 11 di Bulega. Lo sa Petrucci e lo sanno fin troppo bene anche tutti gli altri anche se tutti, chiaramente, lavoreranno per sovvertire un fin troppo facile pronostico. Nessuno, insomma, fa drammi.
Il vero dramma, semmai, non è tra i cordoli: si consuma negli uffici che contano. Dorna Sports ha appena sganciato la bomba: addio al vecchio nome, benvenuto al MotoGP Sports Entertainment Group. Notate niente? Esatto, la sigla SBK è scomparsa dal biglietto da visita ufficiale della società che gestisce il baraccone. È il segnale definitivo di una deriva che puzza di dismissione controllata? Per ora continuano a riempiono la bocca con concetti come piattaforma globale di intrattenimento e risonanza culturale. Ma la sostanza sembra essere che il Campionato del Mondo Superbike verrà declassato a nota a piè di pagina, un residuato bellico da gestire tra una gara alfemminile e la neonata Harley Davidson Bagger World Cup. Insomma: quale futuro per la Superbike se sta perdendo persino il diritto al nome?