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Quando anche Monza smette di essere un’isola felice

  • di Giulia De Ieso Giulia De Ieso

12 settembre 2022

Quando anche Monza smette di essere un’isola felice
Da qualche anno Monza ci ha abituati ai sogni e ai sorrisi misti a lacrime. Ma quest’anno qualcosa è andato storto: la Federazione ha scelto di finire la gara sotto regime di Safety Car, togliendo a Leclerc e agli altri piloti la possibilità di giocarsela fino alla fine. Cosa è giusto e cosa sbagliato in questa scelta?

di Giulia De Ieso Giulia De Ieso

Da qualche anno Monza ci ha abituati ai sogni. Nel 2019 abbiamo assistito al coronamento di un’impresa, quella di Charles Leclerc: seconda vittoria in Formula Uno dopo Spa, davanti al popolo Rosso in festa. Nel 2020 abbiamo applaudito alla rimonta di Pierre Gasly, con le lacrime sul gradino più alto, dopo il periodo buio della retrocessione in Toro Rosso e la perdita del caro amico Hubert.

Nel 2021 il Tempio della Velocità si è tinto di Arancione per quello che sembrava un Ricciardo “Ritrovato”: “I never left”, era il grido dell’australiano, tra lo spumante e i salti, per far vedere il trofeo Numero 1 a tutto l’Autodromo.

Ma quest’anno, sul podio, davanti all’atteggiamento composto di Max Verstappen, pesa tanto il sorriso spento di Charles Leclerc. La vittoria è svanita per colpa di una strategia forse non ottimale e per la decisione della Federazione di finire la gara sotto regime di Safety Car. L’ultimo giro, secondo i Tifosi sulle tribune, e non solo, si poteva correre. E così anche il podio più bello, sotto un rettilineo totalmente colorato di rosso, si è trasformato in una cerimonia antisportiva, tra fischi e l’Inno di Mameli cantato, a squarciagola, sopra quello olandese.

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La Fia ha scelto di rispettare le regole, dopo quanto accaduto lo scorso 12 dicembre ad Abu Dhabi. Per regalare ai tifosi una battaglia fino all’ultimo giro, fu deciso di non terminare la gara sotto Safety Car. Scelta che si rivelò determinante per il campionato (sappiamo bene chi ne uscì vincitore) e fatale per la carriera lavorativa di Michael Masi. Non ci furono solo tante polemiche e un processo, ma anche minacce di morte, tanto da portare Masi a lasciare la Federazione lo scorso luglio. Proprio per questo, dopo l’ultimo clamoroso finale di stagione, il regolamento, approvato anche da tutti i team, è stato rispolverato e studiato con cura. Affinché una Abu Dhabi 2021 non avvenga mai più.

Ma se da una parte le regole sono state rispettate, dall’altra ci si è certamente trovati in una situazione di sicurezza precaria: il trattore che stava rimuovendo la McLaren di Ricciardo si trovava in punto pericoloso, contromano, mentre tutte le auto continuavano a correre in pista. Inoltre la Safety Car è entrata non dopo il leader della gara, Max Verstappen, ma dietro George Russell, in terza posizione. Alcuni piloti hanno continuato a correre a 300 kilometri orari. Allora la cosa giusta era mettere bandiera rossa, fermare la gara, rimuovere la macchina in sicurezza e far correre i giri mancanti, non togliendo lo spettacolo?

Poco ma si sicuro, oggi, tra ciò che è accaduto in Formula 3 e (di nuovo) in Formula 1, si è visto quanto le decisioni della direzione gara possano incidere nel decidere una gara così come un campionato. Il prossimo passo non sarà non ricreare a tutti i costi una nuova “Abu Dhabi 2021”, ma evitare ogni imbarazzo e controversia del genere.

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