Sono settimane fondamentali per la direzione futura della MotoGP. I costruttori stanno trattando con MotoGP Sports Entertainment (ex Dorna) i contratti delle squadre, a partire dal denaro che ogni team riceve a inizio stagione per coprire parte dell’investimento. Attualmente l’organizzatore paga 2,5 milioni di euro a moto, un totale di 5 a squadra, che i costruttori vorrebbero alzare a 6. C’è poi un altra quota per i costruttori che forniscono i team satellite per altri due milioni di euro al netto del numero di squadre che viene fornito.
Il denaro chiaramente è parte dell’introito raccolto da MotoGP Sports Entertainment con la vendita dei diritti televisivi. Dall’altro lato, l’organizzatore sta chiedendo ai team di restituire un’immagine più scintillante del campionato a telecamere e fan: camion aggiornatissimi e puliti, hospitality di alto livello, pannelli di box e backdrop più raffinati, più contenuti social. Questa lunga contrattazione è anche il motivo per cui ancora non sono stati ufficializzati i nuovi contratti dei piloti di cui abbiamo saputo tra i test in Malesia e la prima gara della Thailandia.
C’è poi la richiesta da parte di Liberty Media del terzo pilota, esattamente come succede in Formula 1. In questa proposta ci sono lati positivi e negativi ma se i primi sono soprattutto per gli spettatori, i secondi, cioè i lati negativi, rischiano di essere soprattutto per i piloti.
Partiamo da un dato oggettivo: con 22 weekend e 44 gare da correre, farsi male è quasi soltanto una questione di probabilità, prima o poi capita. Si può trattare di un infortunio leggero o di un guaio che rischia di tenere il pilota fermo per diverse settimane, al punto che spesso il campionato si corre per buona parte del tempo senza la griglia al completo. Attualmente il regolamento dice che un Team ha 10 giorni di tempo per sostituire i propri piloti infortunati, quindi saltando un GP immediatamente successivo. Poi però la sostituzione deve essere fatta, questo anche per una questione di immagine e sponsor: chi paga per vedere il proprio nome sulle carene lo fa per due moto e le due moto devono stare in pista il più a lungo possibile. Farle guidare al “terzo pilota” aumenterebbe la visibilità per entrambi, sia la moto che altrimenti resterebbe nel box che a chi la guida, un po’ come è stato per Ollie Bearman in Formula 1 il quale, se non avesse sostituito Carlos Sainz, oggi probabilmente non sarebbe nel Circus fare il pilota.
Ci sono però diversi problemi in questa soluzione. Il primo è tecnico, perché Liberty Media vorrebbe un pilota in grado di provvedere a sostituzioni istantanee e sarebbe quindi svincolato a prendere parte a tutte le trasferte.
Il secondo è umano. Molto difficilmente un pilota in grado di portare in gara la MotoGP sarebbe disposto a passare le sue stagioni in panchina: se vai forte vuoi correre tutto l’anno, se vai piano tanto vale continuare a chiamare un collaudatore, che almeno serve a qualcosa. Chiamare i piloti della Superbike o di altri campionati rischia poi di essere un problema sia perché nessuno di loro ha il dono dell’ubiquità sia perché anche senza impegni concomitanti ci sarebbe un problema d’immagine: un Miguel Oliveira, che oggi corre con BMW, difficilmente potrebbe correre per un team in MotoGP.
A questo bisogna aggiungere che se in Formula 1 i piloti possono allenarsi con un simulatore estremamente raffinato e simile alla macchina vera e propria, in MotoGP questa possibilità non c’è e, anzi, il prototipo è molto diverso da una derivata di serie. Entrare in pista ed evitare di prendersi quattro secondi al giro dall’ultimo pilota in griglia è difficilissimo.
Fare da terzo pilota significherebbe rinunciare a buona parte della propria carriera e, anzi, sperare che uno dei due titolari si faccia male per prenderne il posto e dimostrarsi migliore di lui: sostanzialmente le squadre dovrebbero portarsi in giro per il mondo un menagramo con le uniche speranze di emergere vincolate alla carriera degli altri due. Per chiudere, i Team Manager potrebbero anche fare come in F1, dove un pilota che non va abbastanza forte viene sostituito dalla riserva in un gioco delle sedie che rende i contratti ancora meno rilevanti di adesso.
Praticamente se fai il pilota è un incubo: vivi a un metro dal sogno, per realizzarlo devi sperare nel peggio e intanto il tempo se ne va. Se sei dall’altra parte invece, perché la moto ce l’hai, corri con l’idea che in ogni occasione potrebbero toglierti la sella da sotto il sedere. Il tutto mentre le possibilità di andare forte da subito con una MotoGP rasentano lo zero. La verità è che MotoGP e Formula 1 sono simili, ma pure diverse. Renderle uguali è come tentare di introdurre gli asterischi di genere nella lingua italiana: macchinoso, poco elegante e pure un po' buffo.