Eccone un altro: dopo Jorge Lorenzo, pure Scott Redding ha confessato – in barba alle solite narrazioni sulla grande passione e la moto come stile di vita – che correre gli ha sempre fatto schifo. E che se lo ha fatto è stato solo per vincere, che porta a quella sensazione che è l’esatto opposto dello schifo. "Non mi è mai piaciuto correre in moto, ma adoro vincere" – ha ammesso al podcast FullChat. In questa frase c’è tutto di un pilota che ha vissuto la velocità non come un piacere, ma come un’ossessione, un mezzo necessario per placare una fame di affermazione che affonda le radici in un’infanzia complessa. Proprio come Jorge Lorenzo, insomma, anche se lo spagnolo ha vinto tanto di più fino a entrare di diritto nelle leggende. Redding, invece, resterà una meteora, probabilmente una tra le più luminose, ma pur sempre una meteora Oggi, trentatreenne, si appresta a tornare nel British Superbike con il bagaglio pesante della MotoGP, della Superbike e una spavalderia che non l’ha aiutato a andare forte quanto ci si sarebbe aspettati da uno con quel talento lì. Quella stessa spavalderia che però adesso lo sta aiutando a sentirsi comunque un gigante che non deve dimostrare niente a nessuno e nemmeno chiedere scusa a se stesso.
"Ho iniziato quando avevo circa quattro anni con una moto da cross – racconta - La odiavo. Piangevo molto. Mi terrorizzava". Non c’era la passione pura del bambino che sogna la gloria, ma il riflesso di un’educazione spartana, "alla vecchia maniera". "A volte non correvo bene – dice ancora - mi urlavano contro e piangevo. Poi tornavo in pista e vincevo. La velocità? Una volta mi rifiutai di ripartire e tornammo a casa, non abbiamo più fatto cross e abbiamo provato con la velocità: era molto meglio, non era così spaventoso senza i salti, e ho iniziato a divertirmi. Ma sono arrivato dove sono arrivato perché sono stato spinto". Insomma, una carriera forgiata nel trauma: "Se non salivo sul podio sentivo di non aver fatto abbastanza". Eppure, a fronte di questa sofferenza esibita, Redding non ha mai rinunciato a quell'aura di invincibilità che rasenta la tracotanza. Ha sfiorato la gloria, ma in MotoGP la sua stella si è offuscata rapidamente, lasciando dietro di sé più interviste polemiche che trofei. E in Superbike, con un mondiale praticamente messo in tasca con Ducati, ha mandato tutto all’aria facendo scelte sbagliate nel momento ancora più sbagliato.
“Ero uno dei cinque piloti britannici che sono arrivati in MotoGP –ha raccontato ancora - puntando al podio e lottando per il titolo in Moto2, ma la gente non capisce quanta pressione portavo sulle spalle. Ero spinto dalla voglia di vincere, quindi se non salivo sul podio, non era una buona giornata per me. Ho sofferto mentalmente per dieci anni. Quando ci penso ora, sono orgoglioso di quello che ho fatto, ma all'epoca pensavo sempre che non fosse abbastanza e è proprio questa mentalità che a volte porta a qualcosa di negativo". In questo contesto di perenne sfida al mondo, si inserisce, però, anche la sua recente e infelice uscita da passatista sui “piloti di adesso”.
“In MotoGP – taglia corto - sono tutti grandi piloti. Non voglio togliere nulla a loro, ma ci sono alcuni ragazzi come Alex Rins, che corre su una Yamaha ufficiale e lo fa da un paio d’anni, per cui ti chiedi ‘perché?‘. Lui è un buon pilota, ma ha avuto molti infortuni e non è costante. Non dovrebbe far parte del campionato, ma è spagnolo e potrebbe esserci qualche piccolo legame che aiuta. Essere britannico non rende le cose più facili e il fatto che non ci sia un solo pilota britannico in MotoGP è assolutamente folle”.