Trovare le giuste parole per descrivere quanto fatto da Kimi Antonelli a Monaco è complicato. Il più giovane poleman tra le stradine del Principato, il primo poleman Mercedes dal 2019, il secondo italiano di sempre a partire dalla prima casella dopo Jarno Trulli, nel 2004. Ma soprattutto, un pilota che al momento sembra impareggiabile. Perché quello di Montecarlo è uno statement - come direbbero quelli fighi - difficile da negare.
Si dice che nel Principato sia il talento a contare più di ogni altra cosa. Bene, a 19 anni Kimi ha piazzato la sua Mercedes in pole position con un giro da paura, a tratti magico. Non ha sbagliato niente, pur dando tutto. Alle sue spalle ci sono undici titoli mondiali, divisi tra Max Verstappen e Lewis Hamilton, che aveva già battuto in Canada. Qui, però, è diverso.
Per la prima volta in stagione la Mercedes non partiva favorita, con la Ferrari pronta a fare il colpaccio. Dietro la Scuderia c’era Verstappen, in agguato dopo un venerdì solido. E poi c’erano Antonelli e Russell, staccati e in difficoltà con una W17 che a tratti non riusciva nemmeno a rimanere incollata a terra con tutte e quattro le ruote.
Nel sabato del Principato, però, Kimi questi valori li ha capovolti. Lo ha fatto sorprendendo Verstappen con un zampata all’ultimo minuto, quando Max sembrava avere in pugno la pole position. 43 millesimi di vantaggio per realizzare un capolavoro, l’ennesimo di questa stagione, mentre l’altra W17 di Russell non è nemmeno nei primi cinque; sesto, staccato di 394 millesimi dal compagno su una pista che si percorre in poco più di un minuto e dieci secondi. Un’eternità. George è annichilito, ancora una volta.
Il tutto con la solita serenità e spensieratezza, l’aspetto che del resto continua a impressionare. Perché nonostante i diciannove anni, la poca esperienza e una serie di situazioni mai incontrate davanti a sé, Kimi sorride, scende in pista e il risultato, da ormai cinque gare a questa parte, è sempre lo stesso: primo, ogni volta trovando un nuovo motivo per lasciare il paddock a bocca aperta.
Però, quello di oggi è un capolavoro all’ennesima potenza, diverso dagli altri. E non è un caso che, tagliato il traguardo, urla via radio, sbatte le mani sul volante, alza il pugno al cielo mentre dall’altra parte Toto Wolff fa lo stesso. Non si contiene, fatica persino ad uscire dalla macchina una volta arrivato al parco chiuso mentre continua a scuotere la testa, con tanto di occhi lucidi. Perché fare una cosa del genere a Monaco, dove l’anno scorso l’aveva messa a muro pochi secondi dopo l’inizio delle FP1, è semplicemente una roba fuori di testa.
Se finora aveva stupito, qui ha fatto un passo grosso verso il Mondiale. Perché al di là dei punti che potrebbe conquistare o meno in gara, lancia un segnale potentissimo: al momento, tutto gli viene bene. E anche quando le cose non partono subito per il verso giusto, com’è successo stavolta, un modo per raddrizzarle realizzando una magia lo trova sempre.
Poi c’è il capitolo pressione, che a guardarlo sembra non sappia nemmeno cosa sia. Forse per incoscienza, forse perché non abbiamo ancora capito appieno che razza di fenomeno stiamo commentando. È il leader del mondiale di F1, mette a segno un record dopo l’altro, si parla solo di lui: una situazione complicata da gestire, ancor di più del fare tutto bene in pista. Lui risponde così, con una pole position sul circuito dove più di tutti gli altri serve la testa, la concentrazione, l’avere la situazione totalmente sotto controllo. Semplicemente fenomenale, non c’è altro aggettivo.