Nonno: la stessa vocale che si ripete insieme alla stessa consonante che si ripete a sua volta, per una volta in più. C’è un’altra parola che è fatta della stessa forma e pure della stessa sostanza: tutto. Ecco: un nonno è tutto. E ecco pure perché ci sono pezzi in cui non ce la fai solo a raccontare. O a stare sulla “cronaca secca”, come si dice in gergo. Non ce la fai, insomma, a dire che Pecco Bagnaia ha perso il nonno e buttarla là così senza che finisci per sconfinare nell’io. L’io di una storia che, questo sì, magari è anche di tutti. La notizia secca è questa: Pecco Bagnaia ha perso suo nonno Fausto Atzori. L’ha salutato, almeno pubblicamente, con una vecchia foto e un cuore dentro una storia sui social. La storia intorno, invece, è fatta di molte più parole. Cominciando da una considerazione: ci sono eredità che non si misurano in beni materiali, ma in una specificità. Forme di sapere. E di sapore. Passione e competenza che si mescolano e che quasi sempre riconducono a un’immagine: le mani di un nonno. Mani di nonno.
Vale per chi scrive. Vale per tanti. E, senza scomodare Lacan e la sua "cosa", forse vale pure per Francesco Bagnaia, anche se adesso per il campione di Chivasso è ancora solo il tempo del lutto che passa attraverso le mani di un nonno e di un nipote che con le mani hanno compiuto i rispettivi talenti e attraverso quell’odore della benzina che li ha accompagnati entrambi. Entrambi e, fino a che s’è potuto, anche insieme per alcuni anni. La storia di Fausto Atzori, scomparso a ottantasei anni, è il racconto di quell’Italia che sapeva fare delle radici un’impresa. Dei capitani d’azienda che si lanciavano nel nome della tecnica e sulla spinta dello spirito. Classe 1939, Atzori era un uomo plasmato dal ferro e dal vento, un sardo che aveva portato con sé, lontano da Terralba, quella proverbiale ostinazione che trasforma un’idea in un oggetto tangibile. Meccanico. Progettista. Visionario. Un integerrimo uomo semplice capace di interpretare il movimento costruendo oggetti veloci. Su quell’acqua che è l’elemento di qualunque isolano, anche se trasferito al nord.
Il suo percorso professionale, snodatosi tra la Germania e il Piemonte, ha trovato il proprio epicentro a San Raffaele Cimena, nell'azienda Stain. Lì, Atzori se n’era sbattuto dell’industria, preferendo il taglio artigiano, ma evoluto all’estremo. Il suo era un laboratorio di eccellenza dove prendevano forma prototipi offshore, motoscafi da competizione, Formula 1 dell’acqua. Pezzi capaci di celebrare la velocità come un "dio" che richiede rigore, comprensione profonda della meccanica e un rispetto quasi sacrale per l’equilibrio tra uomo e macchina. Ora è chiaro da dove arriva quella cornice di precisione quasi fastidiosa dentro cui si muove sempre il pilota della Ducati?
Il contributo di nonno Fausto non è stato il banale incitamento di un tifoso, ma l'impostazione metodica di un maestro. Quando Bagnaia aveva appena tre anni, mentre la famiglia immaginava per lui percorsi distanti dai motori (il babbo lo voleva fantino), Atzori decise di assecondare un destino. E animò quelle mani di nonno con la più potente delle competenze: l’amore verso un nipote. Non acquistò un giocattolo, ma costruì un triciclo motorizzato partendo da un vecchio "cinquantino". È stato come insegnare l’alfabeto a un bambino che poi avrebbe scritto poesie, ma senza il peso di quell’aspettativa lì: chiedendogli solo di divertirsi e non farsi troppo male. Atzori non ha spinto Pecco verso il traguardo; gli ha insegnato a sentire il motore. A rispettare la tecnica. A capire il mezzo in quel giardino di San Genesio trasformato in una piccola pista privata. È pure questa una educazione alla sensibilità. Superando le parole. Solo con le mani di un nonno alle quali sai che prima o poi dovrai dire addio. Ecco, quel giorno per Pecco è arrivato. Ma a contare veramente, oltre il dolore, resterà l’opera di quelle mani. E il ricordo di quelle mani. Mani di nonno che il gas non lo chiudono mai davvero.