A Melbourne, Lorenzo Musetti si ritira sul 2-0 contro Novak Djokovic, un risultato amaro per il neo numero 5 del mondo, che già assaporava la semifinale. Un problema all’inguine ha interrotto la sua corsa allo Slam, un cavillo fisico che contro il serbo pesa ancora di più, lui che è simbolo di disciplina fisica. In palio c’era molto: battere il tennista più vincente di sempre. A 38 anni, però, Djokovic ne esce vittorioso, dimostrando ancora una volta quanto resti inossidabile, nonostante un risultato non meritato. Un fisico che è tempio, curato con dedizione e gestito nei tempi e nei modi del recupero, perché ormai più grande di così nei numeri non può diventare, e si fa grande nella disciplina che contraddistingue il suo passaggio di testimone alla nuova generazione.
C’è stata una volta in cui Nole Djokovic era il Dio delle rimonte, quando sotto di due set a zero riusciva a riprendere in mano fisico, mente e racchetta per smontare il castello di speranze che il suo avversario si era meticolosamente costruito. Certo di essere in dirittura d’arrivo, con il biglietto timbrato per il successivo round di uno Slam. Non è poi così lontano, in fondo, perché basta portare indietro il calendario di due anni, nel 2023, quando al terzo turno degli US Open, il fuoriclasse serbo rinacque ai danni di Laslo Djere. Otto in totale le rimonte di questo tipo, di cui ricordiamo - per vicinanza patriottica - quella subita da Jannik Sinner a Wimbledon 2022 e, guarda caso, quella digerita dallo stesso Musetti al Roland Garros 2021, poi siglata proprio da un ritiro dell’italiano. Sembra che il carrarese non riesca a rimuovere quella patina opaca che lo avvolge e che lo vuole così fragile da lasciare il campo anche quando sembra averne il controllo. Un fisico, quello del tennista, che non fa sconti ma che a qualcuno ha dato più grattacapi rispetto ad altri, ne sa qualcosa il mitico Rafa Nadal o il gigante buono Juan Martin Del Potro. Un tempio che si regge su fondamenta delicate e che non osserva le regole della bontà e nemmeno quelle della meritocrazia. Semplicemente, scricchiola e si sgretola al minimo dettaglio fuori posto. Non conta tutto il lavoro di preservazione e preparazione, che poi è quello che brucia di più a Lorenzo. Le ore impiegate a prevenire e che all’improvviso perdono di senso, scortandoti rabbiosamente a curare e curarti.
Novak Djokovic ha 38 anni, è l’ultimo della generazione d’oro, additato da sempre come l’outsider che ha messo zizzania tra re Roger e re Rafa. Solo lui sa cosa abbia significato un ingresso così prepotente sul circuito, dove il pubblico bramava la bandiera svizzera e spagnola e che non aveva alcuna intenzione di scendere a patti con il giovane terzo in comodo. Poi però la storia ci racconta altro, ci suggerisce che non solo gli appassionati di tennis gli hanno fatto spazio, ma è lui stesso ad esserselo ricavato, lasciando sul campo colpi e risultati che sono sempre valsi più delle dichiarazioni. Il Djoker, quello divertente, che con le parole - anche in più lingue tra cui l’italiano - ha sempre saputo cavarsela. Certo, a volte è incappato in qualche strafalcione, metteteci pure dei commenti di famiglia contro Federer o le affermazioni nate dall’indissolubile venerazione per il suo corpo. La stessa che lo ha portato a dire no al vaccino per il Covid e al circo mediatico della quarantena australiana. La stessa che dopo l’addio del Maestro e del mancino di Manacor, lo fa rimanere saldo in Top10, a discapito delle scalpitanti stelle nascenti. C’è poco da fare, Novak Djokovic resta, seppur con una certa fortuna, agli Australian Open di quest’anno, ma lo fa rispettandosi e rispettando, fino in fondo. Anche quando vuol dire accettare di essere il peggiore in campo. Quel “doveva vincere lui” riservato al nostro Lorenzo è l’eco di una esperienza di anni e di una consapevolezza costruita sulle più piccole sensazioni in campo, e non parliamo solo di corde ma anche di muscoli, tempi di reazione.
Una fortuna figlia di due ritiri che gli hanno regalato ore preziose di riposo, quella stessa fortuna che sotto un’altra veste ha aiutato Jannik Sinner nel suo momento buio di crampi contro Spizzirri, con la chiusura del tetto per heat hazard. Ammetterlo non è un male, anzi, ma si sa che la buona sorte ha una vita limitata e comunque va di pari passo con la religiosa attenzione riservata al proprio corpo.
Facciamo un salto ad Atene, dove Musetti e Djokovic si sono sfidati in finale, per poi incoronare vincitore il veterano di Belgrado. Nella sconfitta, Lorenzo è stato fortunato, i tifosi si ricorderanno che con il forfait di Nole alle Nitto ATP Finals, è diventato lui il legittimo erede dell’ultimo posto disponibile nella race di fine anno. Anche lì, Novak Djokovic ha ascoltato il suo corpo.
Tornando al presente, a Melbourne, è come se si fossero invertiti i ruoli, un destino ormai tracciato, una semifinale tutta azzurra, portata via da una bandiera bianca, in questo caso tutt’altro che volontaria, obbligata. È così che Nole ci ha regalato un pezzo di storia italiana del tennis, con due italiani a Torino, ma ce ne ha rubato un altro. Ci possiamo domandare come sarebbe andata una semifinale tra il numero 2 e il numero 5 al mondo, ma comporterebbe un dispendio di energie inutile, da impiegare piuttosto sull’incognita che è - e sempre sarà - Novak Djokovic.
Contro Jannik Sinner si appresta ad affrontare l’ennesimo fantasma del passato, l’ultima vittoria dell’ex numero 1 è datata 2023, alle ATP Finals, da lì la discesa dall’Olimpo, con la prima magica stoccata dell’altoatesino alla Davis Cup a Malaga, per concludere in semifinale a Wimbledon dell’anno scorso. Da Londra all’emisfero australe, l’Italia non aspetta altro che un’altra succulenta semifinale tra il giocatore più vincente della storia della racchetta e colui che sembra sulla buona strada per spodestarlo. Carlos Alcaraz permettendo. La conclusione più spontanea alle sette e più vite di Novak Djokovic, è che quel culto a tratti assurdo del proprio essere sembra trasformarsi nella medicina migliore contro una generazione intera. Una pillola di sopravvivenza ai nuovi talenti, che per un motivo o per l’altro, vuoi uno stile di gioco dispendioso (le grandi aperture di Musetti, lontanissimo dalla riga di fondo) o un accanimento sul fisico, cadono troppo prematuramente a pezzi.