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10 giugno 2026

Vita, rivincite, motori e F1 con Carolina Tedeschi: “Dalla cameretta a Sky, la recitazione è stata la chiave. Lo faccio per la mia famiglia”. Poi su Kimi, il Bez, l’incontro con la famiglia di Senna, l’Alpine, la Dakar e quel sogno irrealizzabile…

  • di Luca Vaccaro Luca Vaccaro

10 giugno 2026

La stagione 2026 dei motori e della F1 è iniziata da qualche mese, siamo a Milano e davanti a noi c’è un palazzo nuovo di zecca, vetrate ampie e il logo Alpine. Ad attenderci nel nuovissimo Atelier c’è Carolina Tedeschi, motorsport content creator e volto di Race Anatomy su Sky Sport F1, ma anche fresca ambassador della struttura. Insieme chiacchieriamo a tutto tondo sul suo percorso, degli inizi e del “successo”, dei momenti complicati e di quelli magici vissuti al seguito di qualche motore, di Kimi Antonelli, Marco Bezzecchi, della Dakar e di come si è ricavata uno spazio privilegiato in un ambiente complicato. Poi guardiamo tutti insieme le qualifiche della F1 a Montecarlo, un momento che diventa occasione di scambio e risate
Vita, rivincite, motori e F1 con Carolina Tedeschi: “Dalla cameretta a Sky, la recitazione è stata la chiave. Lo faccio per la mia famiglia”. Poi su Kimi, il Bez, l’incontro con la famiglia di Senna, l’Alpine, la Dakar e quel sogno irrealizzabile…

È sabato, siamo a Milano e davanti a noi c’è un grosso palazzo dalle ampie vetrate. Su una di queste capeggia in grande il logo di Alpine, mentre poco più in là, in esposizione, c’è la nuova A390, ultima creatura del brand francese costola di Renault oltre a una A110 celeste, come da tradizione. Siamo qui per seguire le qualifiche della F1 che nel frattempo dà spettacolo tra le stradine di Montecarlo, ma non solo. Ad aspettarci, in un Atelier che sembra un mezzo museo tra vetture, merchandising e componenti esposte, c’è Carolina Tedeschi, che un attimo prima delle qualifiche sarà presentata ufficialmente come Brand Ambassador della struttura. Carolina, per molti, è “quella di Instagram e Race Anatomy su Sky Sport F1”, ci bastano poche domande per capire che dietro quel personaggio c’è tanto altro. 

Ci parla di com’è nato tutto, dell’arrivo a Sky a tratti nemmeno realizzato, della sua passione viscerale per i motori e delle esperienze fatte in giro per il mondo, tra una categoria e l’altra. Tra queste c’è la Dakar, che ama particolarmente per la sua natura autentica, ma anche la MotoGP e l’offroad in generale, oltre alla F1. Noi le chiediamo anche di Kimi Antonelli, dei traguardi raggiunti e qualche giudizio qua e là, compreso uno sulla partnership più chiacchierata delle ultime settimane, quella tra Alpine e Gucci. C’è spazio anche per i sogni realizzati o meno, o di quelli che sono destinati a rimanere tali. Lei parla chiaro, su tutto.

 

Sei cresciuta seguendo tuo fratello nei circuiti di tutta Europa. Quanto ha pesato quella famiglia “a motori” nel farti diventare quella che sei oggi?

“Tantissimo. Lo dico sempre: sicuramente per fare il mio lavoro devi avere passione, però per me la sola passione non basterebbe. Ci deve essere un attaccamento molto più radicale, interiore, e per me questo è nato con la mia famiglia. Sono cresciuta seguendo mio fratello, quindi inevitabilmente il motorsport mi è stato iniettato nelle vene fin dal principio. Prima ancora, però, sono cresciuta con i racconti di mio padre: mio zio correva nel mondiale motocross, mio cugino ha corso nei go-kart fino ad arrivare in GP2. Il motorsport è sempre stato il pane quotidiano all’interno della mia famiglia; persino con mia nonna si parlava sempre di queste cose”.

Però è al fianco di tuo fratello che è scattata la scintilla…

“Quando l’ho vissuto con mio fratello è stata un’esperienza molto più diretta. La cosa divertente è che quando ero piccola lo odiavo il motorport: avevo cinque anni ed era il motivo per cui i miei genitori, ai tempi, davano più attenzioni a lui rispetto che a me. Lo switch è avvenuto quando mio fratello ha smesso di correre. La vita è andata avanti, i miei genitori si sono separati, e nella mia testa è scattato qualcosa: era come se tutto quello che avevo vissuto prima, la mia famiglia unita, tutti quei ricordi insieme, non lo potessi più rivivere. Da lì è iniziato un legame fortissimo con i motori, che mi riportava sempre a quei momenti. Emotivamente è qualcosa di molto forte. Anche oggi, per me, è un modo di dire alla mia famiglia quanto la amo: in qualsiasi posto vada in cui ci sia un motore a due, quattro, tre o sei ruote  io penso a loro. È una cosa che va veramente oltre”.

Carolina Tedeschi Race Anatomy
Carolina Tedeschi sul set di Race Anatomy. Instagram Carolina Tedeschi

Sei partita dalla tua stanza e sei arrivata a Sky Sport F1. Qual è il momento in cui hai capito che questa cosa sul serio stava funzionando?

“Non c’è mai stato un vero e proprio momento. In quel periodo della mia vita ero focalizzata su tutt’altro: volevo fare l’attrice, studiavo a Roma e avevo un’altra vita. È nato tutto da quella stanza minuscola perché ero lontana dalla mia famiglia e non avevo nessuno con cui parlare di F1. Per tornare al solito discorso, il motorsport è sempre stato la mia casa, il posto dove mi sentivo bene, e in quel momento avevo bisogno di stare bene. Spinta da questa mia necessità mi sono detta: ‘Magari ci sono altri ragazzi che vivono la stessa cosa’. Aiutando me stessa, ho aiutato anche gli altri e questa è stata la chiave: l’ho fatto per me. Non l’ho fatto per le visualizzazioni o per altro, anche perché all’inizio mi guardavano solo mamma, papà e mio fratello. Senza volerlo, però, ho iniziato nel momento giusto. 

Era prima del Covid: in Italia la F1 era ovviamente famosa, ma non c’era ancora l’hype esploso poi con Drive to Survive o con il mondiale 2021. Non c’erano ragazzi che ne parlavano nel modo in cui lo facevo io. Io creavo subito dei video: grazie alla recitazione, la telecamera è sempre stata mia amica, e quello era il mio modo di comunicare. Sono andata avanti così, seguendo sempre Sky e Race Anatomy da fan. Finché un giorno Carlo Vanzini ha iniziato a seguirmi su Instagram, ha notato il lavoro che stavo facendo e mi ha fatto i complimenti”. 

Poi è cambiato tutto, vero?

“Dopo un paio di mesi mi ha detto: ‘Guarda, io vorrei metterti a Race Anatomy’. Ne aveva parlato con Fabio (Tavelli, ndr), il nostro ‘capitano’. Fabio all’inizio non era molto convinto perché non è un grande amante dei social: giustamente erano un gruppo molto compatto da anni, con un range di età abbastanza alto, ma volevano abbracciare la nuova generazione. Da lì mi hanno messa in prova. Le persone non lo sanno, ma per tutto il primo anno ero in prova in ogni singolo Gran Premio. Non sapevo mai se ci sarei stata la volta successiva, sapevo solo che non potevo fare cavolate altrimenti sarei stata fuori. In quel contesto mi è tornato utile tutto ciò che avevo studiato a recitazione: gestire la diretta, essere pronta a tutto. Carlo è stata la prima persona che ha creduto davvero in me, e lì ho pensato: ‘Ok, forse le cose che sto facendo hanno un senso che adesso non capisco, ma che capirò più avanti’”.

Come si gestisce l'essere in prova?

“La mia chiave è sempre stata: preparati al 100% delle tue possibilità, ma lascia un 10% all’improvvisazione. Devi avere una base solida, altrimenti non ti senti sul pezzo, però poi andavo lì e dicevo: ‘Carolina, senti, che Dio te la mandi buona, vediamo cosa succede’. Anche perché Race Anatomy è un programma totalmente live, non c’è nulla di preparato e non sapevo quali domande sarebbero arrivate. Tra l’altro i miei colleghi sono dei colossi del motorsport, non puoi permetterti di dire cavolate, altrimenti fai una figuraccia memorabile. Era complicato, ma la mia filosofia è sempre stata: ‘Fai il tuo, non sei un’esperta, devi solo essere te stessa. Se ti hanno presa per quella che sei, devi rimanere quella che sei, niente di più’”.

Sei uno dei volti di Atelier Alpine Milano. Alpine non è solo una casa automobilistica, è quasi un’estetica. Cosa ti ha colpito di più di questo brand quando hai iniziato a conoscerlo?

“La cosa divertente è che, prima ancora di essere ambassador di questo atelier, ho fatto un bellissimo progetto con il team di F1 e un grande sponsor italiano, che mi ha portata a Enstone. Di conseguenza, quello che respiro qui, che è un tassello di ciò che il brand porta nel mondo dell’automotive e che nasce direttamente dalla F1, io l’ho vissuto da vicino visitando la fabbrica. Ho conosciuto le persone, ho visto come lavorano. Adesso, vedere qui il ‘prodotto finito’, che non è la macchina da corsa, ma ciò che tramandano nella nostra vita quotidiana, è veramente bello. Questo atelier è fighissimo perché spesso il motorsport sembra lontano; uno spazio così, invece, lo avvicina alle persone che magari non hanno la possibilità di andare a vedere un Gran Premio dal vivo. Vieni qui, guardi le sessioni insieme agli altri e respiri la stessa atmosfera della pista”.

Cosa pensi della partnership più chiacchierata del paddock, Gucci e Alpine insieme dal 2027?

“Torna la moda in F1 ed è tanta roba. Sono veramente molto curiosa di vedere come saranno la livrea, le divise e tutto il resto. C’è grande hype da parte di tutti, soprattutto da parte di noi italiani. È bello vedere che c’è molta Italia all'interno di questo brand e del team di F1; da italiana, non posso che esserne fiera”.

Tra piste, deserti e paddock, la Dakar è stata una delle tue avventure più estreme. Cosa porti a casa da un’esperienza così fuori scala rispetto al quotidiano? E come si torna “normali” dopo?

“La F1 è una cosa, la Dakar è un altro mondo. Sono proprio agli opposti. In F1, soprattutto oggi, girano quantità di denaro impressionanti ed è un ambiente molto glamour, legato al lifestyle. Alla Dakar sei nel bivacco, terra terra, anzi, sabbia sabbia, visto che sei nel nulla del deserto. È un concetto di motorsport totalmente differente: dormi in questo bivacco insieme a 5.000 persone, si cambia location continuamente nell’arco di quindici giorni, hai bagni e docce in comune, si dorme in tenda o in camper. Non ci sono le hospitality, il paddock è estremamente vivo: i piloti dormono nei loro camper e se devi fare un'intervista vai lì e bussi alla porta. È diversissimo, ma è bellissimo perché ti riporta all'essenza del motorsport: vedi persone appassionate, ognuna con la propria storia, ognuna lì per un motivo specifico. A volte in F1 questo aspetto si rischia di perderlo; la passione resta alla base, ma sopra è stato costruito un mondo fatto di business che talvolta allontana dalle radici comuni. Alla Dakar si torna un po’ alle origini”.

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Hai allestito un’area attrezzata nel tuo garage, hai preso la patente A. Le moto sono una fuga dal mondo delle quattro ruote o sono la stessa passione con un’altra faccia?

“Sono state una fuga dalle quattro. Sono una persona molto curiosa e, arrivando da un contesto totalizzante di quattro ruote, a un certo punto mi sono detta: ‘Ma sai che c’è? Togliamone due e vediamo cosa succede’. Da lì ho preso la patente ed è iniziato un percorso di racconto legato anche alle due ruote, in particolare al mondo dell’off-road. Mi piace molto, è un’altra parte di me che amo esplorare, anche se è ancora un work in progress. Diciamo che su strada le skills vanno bene, mentre sull’off-road c'è ancora del lavoro da fare. Però il bello è proprio buttarsi e imparare cose nuove”.

C'è un pilota in particolare che segui attualmente nelle due ruote? 

“Per quanto riguarda la MotoGP, ti dico Bez (Marco Bezzecchi). Dei giovani mi piace molto lui e mi piace anche Pedro Acosta, che è un bel soggetto, uno che va un po’ fuori dalle righe. Poi sono molto felice per il mondo dell’off-road e del motocross: se ne parla sempre troppo poco, nonostante la rappresentanza italiana sia fortissima e stiamo ottenendo grandi risultati. Nel mio piccolo cerco sempre di raccontarlo. Per quanto riguarda la Dakar ci sono talmente tante persone che stimo che non saprei farti un solo nome, ma per la MotoGP ti dico Bez”.

Prima hai citato la recitazione. Come mai il teatro? Cosa riesci a dire dal palco che non riesci a dire in un video o in una diretta?

“La recitazione, e il teatro in generale, per me sono sempre stati la chiave di tutto. Se oggi riesco a fare quello che faccio, sia a livello professionale sia personale, è grazie a quel percorso, che consiglio davvero a tutti. Il palco è un posto sicuro dove puoi essere qualsiasi cosa ed esplorare te stessa e gli altri; ti dà un plus importantissimo a livello di crescita personale. Il teatro per me ha sempre avuto qualcosa di magico. Da tre anni a Imola porto avanti un progetto teatrale dedicato ai ragazzi, che si chiama “Il coraggio di sognare”. Nelle scorse edizioni lo abbiamo fatto in concomitanza con la F1, mentre quest'anno lo abbiamo legato al WEC”.

Da dove nasce il progetto? 

“La volontà era quella di dare qualcosa agli altri. Ripensando a quando frequentavo le superiori, a dove mi trovavo nella mia vita, ricordo i consigli che ho ricevuto e quelli che mi sono mancati. So quanto sia delicato quel periodo della crescita. Abbiamo deciso di portare sul palco persone che sono riuscite a trasformare una passione in un lavoro nel mondo del motorsport: piloti, giornalisti e addetti ai lavori per far raccontare loro le proprie storie. L’obiettivo è far uscire i ragazzi da teatro con la consapevolezza che: ‘Se ce l'hai fatta tu, posso farcela anche io, perché sei partito dal nulla proprio come me’. Siamo riusciti a trasmettere questo messaggio e abbiamo raccontato storie incredibili. Mi ricordo di un piccolo Kimi Antonelli di diciassette anni che venne sul palco a raccontare quello che stava facendo, dicendo: ‘Io sogno la F1’. Pensare a dove sia adesso fa venire i brividi. Nel mio lavoro cerco sempre di dare il massimo, ma l’obiettivo finale resta condividere le cose con gli altri, altrimenti per me non avrebbe senso”.

Kimi Antonelli, 19 anni, attualmente leader del Mondiale di F1. Cosa ti ha colpito di più di lui?

“Ho avuto la fortuna di conoscerlo qualche anno fa. La cosa che mi stupì fin da subito fu la maturità e la profondità delle sue risposte. Mi chiedevo: ‘Ma chi ho davanti? Un uomo di quarant’anni o un ragazzino di diciassette?’. Lì ho capito subito che i suoi genitori avevano fatto un ottimo lavoro. Infatti, ogni volta che vedo sua mamma le dico sempre: ‘Tuo figlio è un ragazzo straordinariamente maturo per la sua età, educato, con i piedi per terra, il classico ragazzo della porta accanto’. Al di là delle doti in pista che conosciamo tutti, la vera chiave del perché tutti lo amino così tanto è che è un ragazzo non canonico, diverso. La bellezza di Kimi sta nella famiglia che ha alle spalle, negli insegnamenti che gli hanno dato e nel modo in cui si comporta fuori dalla pista”.

Hai detto recentemente che questa F1 “non piace ai piloti” e che la FIA dovrebbe farsi delle domande. Cosa manca oggi, secondo te, per renderla di nuovo emozionante per chi la segue?

“La F1 attuale vive una fase particolare, legata alla forte presenza dell'elettrico e alla gestione della ricarica delle batterie. Questo a tratti allontana da quella che era la F1 di un tempo, però sono certa che troveremo la quadra. Bisogna solo dare tempo ai regolamenti di prendere forma e ai team di capire come lavorare sui motori e sulle nuove normative. Come tutte le fasi di transizione, all’inizio si dividono le opinioni. Ci abitueremo e, con qualche aggiustamento, anche i piloti torneranno a godersi la guida sulla macchina come facevano prima. Resto molto curiosa: entrano continuamente nuovi sponsor, nuovi team e nuove realtà. C’è tanta competitività, ci sono tantissimi talenti e noi ci divertiamo comunque a raccontarla”.

Carolina Tedeschi WOW Premio
Carolina Tedeschi premiata con il premio WOW Women Motor 2026. Instagram Carolina Tedeschi

Hai ricevuto il premio WOW Women Motor 2026 per aver avvicinato nuovi pubblici al motorsport con linguaggi contemporanei. Ti senti ancora una “eccezione” in questo mondo o qualcosa sta davvero cambiando?

“All’inizio era strano. Quando ho cominciato ero molto giovane, sono entrata a Sky a ventidue anni. Essere una ragazza così giovane in un mondo storicamente maschile è complicato. Devo ammettere che l’inizio è stato un po’ traumatico, sono successe cose che mi hanno scossa. Però, una volta che ritrovi il tuo centro, capisci chi sei, sai quanto hai faticato per arrivare fin lì e conosci il tuo valore e i tuoi margini di miglioramento, allora di quello che pensano gli altri non ti frega più niente specialmente se sono commenti fatti per distruggerti e non per spronarti a migliorare.

Oggi le cose stanno cambiando un passo alla volta. Se si guardano le tribune della F1, ci sono tantissime ragazze. Un tempo allo stadio vedevi le donne che accompagnavano i fidanzati; oggi vedi interi gruppi di ragazze che ci vanno per il puro piacere di seguire lo sport, ed è bellissimo. Anche nel paddock ci sono molte più figure femminili e non sono più relegate solo al ruolo di addette stampa: ci sono meccanici, ingegneri di pista. Questo fa capire che con lo studio, la dedizione e il sacrificio si può arrivare ovunque. Non sono lì in quanto donne, sono lì perché sono brave a fare il loro lavoro. Questo è il messaggio importante che dà speranza. Ci sono ancora molti passi in avanti da fare, ma guardando da dove sono partita, sono felice di vedere questa evoluzione”.

Cosa pensi della F1 Academy? È un campionato che, per la sua natura, attira commenti contrastanti. Secondo te come si posiziona?

“Credo che creare uno spazio dedicato esclusivamente alle ragazze sia già un ottimo step, a patto che lo si faccia perché si crede davvero nel progetto e non solo per una questione di marketing. Il problema della F1 in generale è che è uno sport estremamente costoso. È difficile già per i ragazzi, a prescindere dal sesso: per arrivare in alto devi essere bravo, oppure devi avere un budget importante, e se sei bravo e hai il budget è ancora meglio. Creare una vetrina dove le ragazze possano mettersi in mostra sotto i riflettori della F1, fare chilometri ed esperienza, è un grande passo avanti. La sfida successiva sarà trasformare la F1 Academy in un trampolino concreto per lo step successivo, cosa che forse oggi non si è ancora vista del tutto, dato che non abbiamo ancora ragazze in F1. 

Va detto, però, che non esiste solo la F1: ci sono il GT, il WEC e tantissimi altri campionati dove le pilote possono correre e portare a casa risultati straordinari. Se ci si fissa solo sulla F1, si rischia di vedere solo i limiti. Parlando con persone che lavorano nel mondo dei kart, mi è sempre stato detto che all’inizio le ragazzine vanno fortissimo. Poi, per un mix di fattori, crescita, natura fisica, dinamiche ormonali o semplicemente percorsi di vita, quel talento tende a disperdersi nel passaggio alle monoposto. Ma qualche passo in avanti, indubbiamente, è stato fatto”.

Hai una community enorme su più piattaforme. C’è qualcosa che non mostri mai loro?

“La mia vita privata, sempre. I social sono uno strumento meraviglioso, ma mostri solo ciò che decidi di mostrare. Per me rappresentano anche una sorta di curriculum: se un brand vuole lavorare con me, o se conosci qualcuno nel nostro ambiente, la prima cosa che si fa è cercare il profilo Instagram. Quello che si vede è il mio biglietto da visita professionale. Quando collaboro con i marchi, i fatti miei restano miei, anche perché ho capito che non serve l’approvazione di nessuno. Non uso i social per esibire quanto sia bella la mia vita, li uso per parlare di motorsport e far conoscere quante più categorie possibili, mantenendo un taglio prettamente lavorativo. Ho imparato che a volte mostrare meno è meglio: se non esponi la tua vita privata, nessuno può commentarla o giudicarla, e vivi più serena”.

C'è un sogno nel cassetto che ancora non sei riuscita a realizzare nel motorsport?

“Avevo un sogno che purtroppo non ho potuto realizzare e non realizzerò mai: mi sarebbe piaciuto tantissimo incontrare Alex Zanardi, che era il mio idolo. Non ho avuto questa fortuna. Tra i sogni più folli, mi piacerebbe fare una lunga chiacchierata fuori dalle telecamere con Lewis Hamilton, quando deciderà di smettere con la F1, perché penso sia un uomo che ha vissuto tantissimo nella sua vita. Poi vorrei continuare a raccontare la Dakar, che è un mondo che sento molto mio, e vivere da vicino gare che mi mancano, come la 500 Miglia di Indianapolis. E, non ultimo, mi piacerebbe rivedere la F1 a Imola ancora per tanti anni. Di sogni, piccoli o grandi, ce ne sono sempre molti”.

C'è un pilota che ti ha emozionato più di tutti nel corso degli anni, escludendo Zanardi?

“Non ho avuto il lusso di poterlo vivere direttamente, ma ti dico Ayrton Senna. Sono cresciuta con i suoi poster nella camera di mio fratello; per osmosi, piaceva a lui e piaceva anche a me. Sono cresciuta con i racconti di mio padre e, anni dopo, ho avuto la fortuna di conoscere la sua famiglia e di presentare la cerimonia per l'anniversario della sua scomparsa a Imola. Ho incrociato Ayrton indirettamente tantissime volte nella mia vita. Credo sia una di quelle figure che rimangono eterne, capaci di far appassionare anche generazioni come la mia o quella di Kimi Antonelli, che non lo hanno mai visto correre.

Resta eterno per quello che ha fatto in pista, ma soprattutto per come viveva la F1: fuori dagli schemi, con le sue idee, senza mai piegarsi per fare comodo agli altri. Lui era semplicemente se stesso e mi rivedo molto in alcune sue frasi. Ricordo che quando ho conosciuto la sua famiglia e ho stretto loro la mano, una volta tornata in hotel ho pianto come non avevo mai fatto in vita mia. Era un pianto quasi di dolore, una cosa folle, come se avessi percepito la tragedia della sua morte in quel preciso istante. Una specie di follia mistica. Ayrton è inspiegabile”.

alex zanardi roberto ravaglia
Alex Zanardi.

Se dovessi dare un consiglio a tutti coloro che vorrebbero intraprendere una strada simile alla tua, cosa diresti? Non è ammesso il “credere nei propri sogni”, che dovrebbe essere alla base

“Ricevo spesso questa domanda, specialmente da parte di ragazze, e questo si ricollega a quanto dicevamo prima sul fatto che il mondo sta cambiando. Quello che consiglio sempre è, innanzitutto, di provare a fare le cose, perché serve a capire cosa ti piace davvero e cosa no. Magari hai un’idea idealizzata di un lavoro, poi ti ci trovi dentro e capisci che non fa per te. Quindi, bisogna provare e ascoltarsi. Spesso in passato è capitato anche a me di dare troppo ascolto ai pareri altrui per paura di deludere le aspettative. Poi capisci che quando vai a letto la sera devi guardare solo te stessa allo specchio; vivi nel tuo corpo e nella tua testa, ed è giusto che tu segua ciò che rende felice te”.

Da come mi hai riposto sembra ce ne sia anche un altro…

“Sì, ed è andarsi a cercare le opportunità. È vero che sono stata notata da Sky, ma io non avevo nessun aggancio o conoscenza in quell’ambiente, venivo dall’Emilia-Romagna e non c’entravo nulla. Ho semplicemente sfruttato le mie qualità e la mia visione. Ancora oggi molte persone non sanno che la mia collaborazione con l’Autodromo di Imola è nata da una semplice mail. Ero stata a Monza per un evento, c’erano state cose dell’organizzazione che non mi avevano convinta, così ho scritto direttamente a Imola, a Giancarlo Minardi. Gli ho detto: 0Giancarlo, so di essere una sconosciuta, ma avrei delle idee per voi’. Lui mi ha telefonato tre secondi dopo dicendomi: ‘Vieni qui e parliamone’. Da lì è nato tutto. Bisogna sempre andare a bussare alle porte. Hai un progetto? Bussa. Ti diranno di no? Certo, i no arrivano anche a me oggi per cose che vorrei fare e non mi vengono concesse, ma bisogna lavorare per trasformare quei no in sì. Bisogna rimboccarsi le maniche, ma se hai una passione forte dentro e hai provato cosa significa fare un lavoro che non ti rende felice, quando trovi quello giusto vai a full gas”.

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