Nell’Italia che non va ai mondiali, che perde in Europa e mostra un calcio vecchio, noioso, ultra difensivo e culturalmente ancora agganciato a stanche e arroganti convinzioni, c’è un ragazzo di 37 anni appena compiuti che ci racconta una storia straordinaria.
Francesco Farioli, toscano nato a Lucca, diventato grande nelle periferie di Montecatini Term e cresciuto sui campi duri e spelacchiati dei tornei dilettanti, ha vinto il campionato portoghese alla guida del Porto. Un risultato non banale per la gloriosa società lusitana che non conquistava il più importante titolo nazionale da quattro stagioni e che ferma così l’egemonia dei club di Lisbona (Sporting e Benfica).
Per Farioli questo primo titolo conquistato in una carriera fulminea ha il sapore della rivincita contro chi non aveva percepito la grandezza del suo lavoro nelle precedenti esperienze. E, una volta per tutte, tappa la bocca alla retorica biascicata dell’opinionismo calcistico del nostro paese che, dopo lo sfortunato secondo posto della passata stagione, quando sedeva sulla panchina dell’Ajax, lo aveva già bollato come il giovane perdente. Follia solo pensarlo e possibile soltanto in questa Italia con tanti capelli bianchi e patch cutanee a pontificare in televisione, con poche idee e zero coraggio di sposare il futuro.
Farioli è un allenatore giovanissimo, preparato, che ha raggiunto l’olimpo del calcio europeo senza vantaggi, presenze nei professionisti o un cognome con un peso nell’ambiente. Il risultato è frutto di lavoro, ambizioni elevatissime e una preparazione sofisticata, che unisce gli studi in filosofia alla ricerca della profondità del gioco del calcio attraverso i dati. Fattore umano, estetico e analisi, uniti per elevare il calciatore alla sua massima espressione.
Poi c’è il campo e anche qui la fotografia è eccezionale: dopo gli anni all’Academy di Qatar e la successiva esperienza al fianco di Roberto De Zerbi, l’allenatore toscano ha iniziato un percorso di crescita step by step che non era scontato: Alanyaspor e Fatih Karagümrük in Turchia, Nizza e i primi segnali che potesse accadere qualcosa di speciale si erano percepiti.
Le sue squadre interpretavano un calcio ordinato, elegante e con elevazione delle qualità tecniche degli attaccanti. Risultato: pochi gol subiti, ricerca del dominio dell’avversario e crescita dei giovani. Quindi è arrivata la sfida con il glorioso Ajax nel periodo più basso della sua storia. Improvvisamente la stagione si era infiamma con un primo posto improbabile che faceva sperare nell’impresa. È crollato tutto nell’ultimo mese, un bug di sistema che aveva fatto sfumare il titolo per un gol subito al 95’. Farioli era arrivato secondo, nonostante un lavoro mostruoso che viene avvalorato dall’attuale campionato mediocre dei lancieri, al quarto posto distanti più di 20 punti dal PSV Heindoven. Però c’è chi mormorava, nel nostro paese, che per essere bravi ci vogliono i titoli.
Al Porto il nostro ragazzo si è ripreso tutto: ha vinto la Primeira Liga con due giornate di anticipo, battendo il Benfica allenato dal pluridecorato Mourinho e lo Sporting Lisbona, sorpresa di questa Champions League, che ha dato battaglia ai quarti di finale all’Arsenal. I numeri raccontano di una cavalcata da grande squadra: 85 punti, 64 gol segnati, solo 15 subiti e 18 vittorie nelle prime 19 partite. Inizio folgorante che aveva gasato subito il Do Dragão, ma per festeggiare si è atteso fino all’ultimo secondo, quando è stata la matematica a consegnare un trionfo storico per un allenatore italiano, grazie alla vittoria per 1-0 contro l’Alverca.
Una luce nel mediocre movimento calcistico italiano, invecchiato nei ricordi del tempo che fu, e incapace di dare spazio ai giovani. Che sia Farioli l’inizio di una nuova storia.