Lo dico sempre, a tutti: la storia di Francesco Farioli è la più incredibile tra quelle incrociate nella mia vita. Abbandoniamo il calcio: parlo di vita, lavoro, sogni inseguiti, raggiunti e assai superati, successo senza compromessi, spintarelle e santi in Paradiso. Francesco è nato per volare. E non è una frase a effetto, ma una dichiarazione di grandezza, perché, se noi che lo conosciamo abbastanza bene ci pensiamo, oggi la realtà ha superato ogni tentativo di immaginazione. Questo ragazzo non è nato allenatore del Porto, non era un predestinato del calcio giocato, né figlio del sistema. Era come noi, quelli che sgomitano nei campetti di provincia e provano a farsi notare nel dilettantismo su romantici terreni spelacchiati, dove in palio non c’erano sono solo i tre punti ma la supremazia nell’infinito sfidarsi dei campanilismi della Toscana. Però, a differenza nostra, aveva capito tutto. A 22 anni aveva accettato lidea più difficile per chi sogna il calcio: non fare il calciatore professionista. E, invece di spegnersi, accendeva il suo progetto, il sogno vero: diventare allenatore. Finita l’università in filosofia prendeva vita “Nati per volare”, idea pensata per i portieri, che rileggerla oggi fa impressione: quel titolo sembra scritto per lui, per il suo percorso. Per un uomo che è salito dove nessuno, partendo dal nulla, era mai arrivato. Tante vite in una sola giovinezza. Perché oggi allena come un veterano, ma ha 36 anni. Il primo grande passaggio è stato dall’Academy in Qatar allo staff di Roberto De Zerbi: inizialmente si parlava di lui come un innovatore del ruolo del portiere, ma presto si era fatto conoscere come supporto di unidea di calcio totale di quel Sassuolo. È lì che nasceva il Farioli moderno e si accendeva il fuoco. In mezzo un c’era stato l’iconico gol del portiere Brignoli in Benevento-Milan. Una dichiarazione di pensiero: estetica applicata alla funzione che ci aveva ricordato che la laurea in filosofia non era un dettaglio biografico. Era la chiave di tutto.
Io me lo ricordo su Facebook, anni fa, a parlare di Platone. Di idee, voglia di cambiare il mondo. Di bellezza. Era il tempo in cui si strutturava il futuro, quando il suo impegno in campo era h24 per i giovani portieri della Fortis Juventus in serie D e della Lucchese nella sua prima esperienza in Lega Pro. Ne abbiamo trovato uno, oggi volto conosciuto del calcio su internet, protagonista della Kings League, e portiere della Nazionale Italiana di Beach Soccer. Leandro Casapieri, nella stagione 2015/2016, difendeva i pali della Lucchese e il suo preparatore era appunto quel ragazzino che voleva conquistare tutto: "Era molto giovane, quasi mio coetaneo, ma già a poco più di 20 anni, si vedeva che era determinato e preparatissimo - ha raccontato Casapieri - si approcciava da grande professionista, ogni allenamento cambiava esercizi, sempre in funzione alla partita che saremmo andati a fare la domenica. Non mi sarei aspettato una carriera di questo livello in pochi anni, soprattutto perché aveva iniziato come specialista dei portieri ed è diventato un grande allenatore. Quella stagione per me non andò benissimo, ma lui, nonostante fosse così giovane e alla sua prima esperienza in un club professionista, mi era stato vicino. Si vedeva che era speciale. Ero certo che avrebbe avuto successo nella vita, ma quello che ha fatto è incredibile. È un esempio per chi sogna in grande”.
C’è stato un momento in cui mi è sembrato in preda a una follia. Quando Farioli decise di staccarsi da De Zerbi, comfort zone dorata. Me lo disse, io gli risposi che era un pazzo, ma aveva ragione lui. E si buttò. La Turchia è stato il laboratorio estremo. Karagümrük, con Borini e Viviano, un miracolo solo sfiorato con Alanyaspor. Si iniziava a scoprire lo stile di questo illuminato del calcio. Squadre che giocano, dominano, ordinate in difesa. Che vanno oltre il proprio peso specifico. È qui che si cominciava a parlare di Farioli come un allenatore totale. Quindi sono arrivate le chiamate dall’Europa vera: Nizza in Ligue 1 e l’Ajax, la culla del calcio moderno. Pazzesco. Un campionato perso all'ultima curva, ma anche lì lasciando un'impronta profonda: gioia, empatia e sangue. E infine Porto, sempre dove con un pallone sono state scritte pagine immortali di calcio. Qui la storia è entrata nella dimensione dellincredibile. Farioli ha frantumato i record della storia del club: 17 vittorie su 18 partite di campionato, l'altra è stata un pareggio. Difesa quasi impenetrabile. Squadra che cerca il controllo, il possesso, la superiorità posizionale. Calcio che non specula, impone. E giovani che crescono, aumentano valore. Pazzesco: oggi il filosofo dei portieri è arrivato ai vertici del calcio internazionale. Senza scorciatoie, curriculum costruiti a tavolino. Solo lavoro, pensiero, visione. Ed è italiano, patrimonio del nostro calcio che troppo spesso non sappiamo vedere, né trattenere. Uno che viene da Traversagna, alle porte di Montecatini Terme in Valdinievole. Posto piccolo, normalissimo. Come normale era quel ragazzo che giocava in Promozione e sognava altro. Francesco Farioli è un fenomeno da studiare. Unico. E oggi vola altissimo.