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28 marzo 2026

Abbiamo letto “Gli infiltrati”, il libro che racconta come fanno le spie di Putin a colpire in Occidente. Così si muovono gli 007 del Cremlino

  • di Federico Giuliani Federico Giuliani

28 marzo 2026

Li chiamano agenti dormienti. Il loro compito: inserirsi in un Paese straniero, mantenersi inattivi per un certo periodo per poi attivarsi quando ricevono l'ordine di farlo. Erano agenti dormienti gli uomini e le donne mandati dalla Russia in Occidente, Stati Uniti compresi, per operare nell'ambito di sofisticati programmi di spionaggio. Queste storie sono state raccontate da Shaun Walker nel suo ultimo libro uscito in Italia per Mondadori e intitolato “Gli infiltrati”. Nessuno sapeva che fossero russi, nemmeno i loro figli, né tantomeno immaginava che fossero delle spie. E invece così hanno operato e operano ancora gli emissari di Mosca. Sotto gli occhi sonnacchiosi dell'Occidente

Foto: Ansa

Abbiamo letto “Gli infiltrati”, il libro che racconta come fanno le spie di Putin a colpire in Occidente. Così si muovono gli 007 del Cremlino

Per anni hanno abitato quartieri residenziali, frequentato scuole, costruito famiglie, stretto amicizie, lavorato in ambienti del tutto ordinari. La loro forza? La normalità. Gli agenti dormienti russi, addestrati a vivere sotto falsa identità e a mimetizzarsi nelle società occidentali, sono stati uno degli strumenti più sofisticati dell’intelligence di Mosca: presenze silenziose, capaci di restare invisibili a lungo e di trasformare una vita apparentemente anonima in una copertura operativa. Ne Gli infiltrati, brillante saggio pubblicato in Italia da Mondadori, Shaun Walker ricostruisce la genealogia di questo modello di spionaggio e segue il filo che unisce l’epoca sovietica alla Russia contemporanea. Il cuore del sistema è sempre lo stesso: non entrare in scena; sparire nel paesaggio circostante; non colpire subito ma rendersi credibili; non dare nell’occhio, ma abitare il quotidiano fino a confondervisi. È qui che gli agenti dormienti si distinguono dalle figure più riconoscibili dello spionaggio classico, perché i primi non agiscono al riparo di un’ambasciata, non godono di immunità diplomatica, non si muovono come funzionari dello Stato. Al contrario, si presentano come cittadini qualunque, con biografie costruite pazientemente e rese plausibili nel dettaglio.

Gli infiltrati
"Gli infiltrati" di Shaun Walker

Questo metodo, che affonda le sue radici nei primi anni successivi alla rivoluzione bolscevica, è sopravvissuto a cambi di regime, guerre mondiali, purghe staliniane e guerra fredda, adattandosi di volta in volta al contesto politico. Il New York Times, parlando del libro di Walker, fa notare come questo particolare programma non debba essere letto come un reperto del Novecento, ma come la continuazione di una missione russa di lungo periodo volta a infiltrare l’Occidente dall’interno. La logica era e rimane semplice e brutale insieme: costruire identità credibili, inserirsi in un Paese straniero, attendere per anni e, nel frattempo, raccogliere informazioni, creare relazioni, avvicinare ambienti utili, presidiare nodi sensibili della vita pubblica e privata. Il caso che più di ogni altro ha portato alla luce questo meccanismo resta quello emerso negli Stati Uniti nel 2010, quando l’Fbi arrestò una rete di agenti russi che vivevano da decenni sotto copertura. La particolarità di quella vicenda non stava soltanto nella sofisticazione dell’operazione, ma nella sua apparente banalità. Quelle persone, infatti, non sembravano vivere ai margini, bensì al centro della quotidianità americana come classici insospettabili...

Vladimir Putin
"Nessuno sapeva che fossero russi, nemmeno i loro figli, né tantomeno immaginava che fossero delle spie. E invece così hanno operato e operano ancora gli emissari di Mosca. Sotto gli occhi sonnacchiosi dell'Occidente" Ansa

A rendere questo dispositivo ancora più impressionante è il prezzo che impone a chi ne fa parte. Non si tratta soltanto di apprendere tecniche di copertura, comunicazioni cifrate o procedure clandestine, ma di sostenere per anni una recita totale, senza incrinature, dentro relazioni autentiche che però poggiano su una menzogna originaria. Il Guardian insiste proprio su questo aspetto: la vita degli agenti dormienti è fatta di disciplina estrema, isolamento, controllo linguistico, rinuncia alla propria identità e, spesso, alla propria biografia affettiva. In molti casi la copertura ha richiesto di cancellare l’origine russa non solo nei documenti, ma nei gesti, nelle abitudini, nelle inflessioni, perfino nelle dinamiche familiari. La forza di queste operazioni, allora, non sta unicamente nella raccolta di informazioni, ma nella tenuta psicologica di chi deve abitare una personalità inventata senza mai uscirne davvero. Walker mostra bene come questo sistema abbia prodotto sì alcuni risultati operativi, ma anche fallimenti, collassi nervosi, sospetti interni e rientri traumatici in patria, dove gli stessi agenti potevano e possono essere guardati con diffidenza proprio perché addestrati a mentire troppo bene. Ebbene, nella Russia di Vladimir Putin questa tradizione non è rimasta soltanto un pezzo di storia dei servizi, ma è diventata anche un elemento politico e simbolico. L’agente dormiente continua a occupare uno spazio importante nell’immaginario del potere russo perché incarna una certa idea dello Stato: paziente, opaco, pervasivo, disposto a muoversi nel tempo lungo e a investire nella penetrazione silenziosa del nemico.

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