E se vi dicessimo che la Silicon Valley ha gettato i semi del sistema di sorveglianza utilizzato dalla Cina al di là della Muraglia e da Israele, con ben altri fini, nelle varie guerre in Medio Oriente? Probabilmente rimarreste un po' stupiti, visto che i grandi media internazionali hanno sempre descritto la famosa “Valle del Silicio” come l'epicentro della genialità, la tana di brillanti uomini come Steve Jobs che hanno speso le loro vite per migliorare la nostra quotidianità a suon di innovazioni hi-tech. Qualcosa, oggi, è però cambiato. E forse è meglio iniziare a capire che cosa e come. Già nel 2020, in realtà, ossia ben prima dell'avvicinamento a Donald Trump delle “big tech” della californiane, Michele Masneri lasciava intendere nel suo fantastico libro Steve Jobs non abita più qui (Adelphi) che qualcosa stava iniziando a cambiare anche in quel di Palo Alto. I vecchi fricchettoni che sognavano di liberare l'umanità dal potere centralizzato e dai governi sono stati sostituiti da nerd molto più dark o, nella migliore delle ipotesi, da personaggi ambigui come Elon Musk. Gente che sogna di portare l'uomo su Marte ma che allo stesso tempo non presta attenzione se le proprie innovazioni tecnologiche vengono utilizzate da autocrati o governi senza scrupoli. Ci hanno pensato qualche mese fa i collaboratori dell'Associated Press Dake Kang, Garance Burke, Byron Tau, Aniruddha Ghosal e Yael Grauer a svelare lo strano legame tra la tecnologia della sorveglianza e la Silicon Valley, con un'inchiesta che è valsa loro il Premio Pulitzer.
Il cuore dell'inchiesta? Gli strumenti di sorveglianza di massa all'avanguardia, gli stessi creati nella Silicon Valley, perfezionati in Cina e diffusi in tutto il mondo (Israele compreso) prima di tornare negli Usa per nuovi usi segreti da parte della polizia di frontiera statunitense. Alcuni esempi? Nella Cina rurale, la casa di una famiglia è circondata da telecamere di sicurezza che allertano le autorità ogni volta che questi cittadini tentano di recarsi a Pechino per protestare contro i funzionari locali. Vicino a San Antonio, negli Stati Uniti, un automobilista viene fermato nell'ambito di un programma segreto della polizia di frontiera statunitense che utilizza lettori di targhe per monitorare milioni di automobilisti e arrestare coloro i cui spostamenti sono considerati sospetti. A Gaza, invece, la tecnologia basata sull'intelligenza artificiale aiuta l'esercito israeliano a decidere chi uccidere. Per quanto riguarda il dossier cinese, l'Associated Press ha scoperto che la polizia del Dragone e le aziende statali del settore della Difesa del gigtante asiatico hanno collaborato con società tecnologiche americane, in particolare Ibm, per progettare l'apparato di sorveglianza cinese. Le aziende tecnologiche Usa, non solo ne sarebbero state a conoscenza, ma alcune avrebbero anche proposto direttamente le proprie tecnologie come strumenti per la polizia cinese per controllare i cittadini.
La citata Ibm, ma anche Cisco, Oracle, Microsoft e Dell sono state citate nell'inchiesta. Queste aziende avrebbero venduto software, server, chip e sistemi di “predictive policing” alle autorità cinesi, contribuendo alla costruzione del cosiddetto “Golden Shield”, la gigantesca infrastruttura digitale usata da Pechino per controllare dissidenti, minoranze etniche e semplici cittadini considerati “sospetti”. E Israele? L'inchiesta ha svelato anche come le stesse grandi società americane citate abbiano avuto un ruolo centrale, anche se indiretto, nelle recenti operazioni militari di Tel Aviv a Gaza e in Libano. In particolare, strumenti di intelligenza artificiale forniti da Microsoft, OpenAi, Google, Amazon e Palantir sarebbero stati utilizzati dall'esercito israeliano per analizzare enormi quantità di dati - intercettazioni, messaggi, immagini e movimenti - al fine di individuare più rapidamente potenziali obiettivi da colpire. Dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, l'uso di queste tecnologie sarebbe aumentato in maniera esponenziale, trasformando l'Ai in un vero “moltiplicatore di forza” per le operazioni militari. Tuttavia, l'inchiesta evidenzia anche i rischi enormi legati all’automazione della guerra: traduzioni errate, algoritmi difettosi o dati imprecisi possono portare a identificare bersagli sbagliati, contribuendo alla morte di civili innocenti. La Silicon Valley, dunque, non sta più solo producendo strumenti per semplificare la vita quotidiana, ma tecnologie sempre più decisive nei sistemi di sorveglianza globale e nelle guerre del presente.