È un saggio potente nel vero senso della parola. L'inganno dell'intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo (Fazi Editore,in uscita il 17 marzo), inizia già con un titolo forte che paragona l'intelligenza artificiale (Ia) a un inganno. Emily M. Bender e Alex Hanna, due tra le voci più autorevoli in materia, hanno valide ragioni per sostenerlo. La tesi di fondo di questa guida per sfatare il “mito del secolo” è tanto semplice quanto agghiacciante: l'Ia non migliorerà affatto la nostra esistenza, le nostre vite, il mondo intero, anzi, al contrario le danneggerà. Non è luddismo ma un ragionamento costruito mettendo insieme un po' di fatti che noi profani in materia non siamo abituati a considerare. Il primo punto è che dovete diffidare dalle tecnologie Ia presentate come se fossero jolly in grado di risolvere ogni problema. Una simile narrazione fa parte dell'esaltazione mediatica alimentata dalle Big Tech. Il secondo aspetto è che i modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm), come ChatGPT e Gemini, non sono oracoli onniscienti pronti a dirvi come si cucina e qual è il ristorante più figo di Milano, ma piuttosto “pappagalli stocastici” che producono linguaggio e immagini senza capirci sostanzialmente un caz*o.
Una volta tracciata la cornice entro il quale si muove, si sviluppa, opera l'Ia, che immagine abbiamo in mezzo al quadro? Intanto, interi apparati hi-tech che progrediscono raccogliendo spessissimo dataset senza consenso alcuno, quindi lavoro umano invisibile e spesso sottopagato, e poi un impatto ambientale gravissimo. Forse non ci avrete mai pensato, ma l'Ia – e quindi, in piccolo, anche il ChatGpt che avete installato sul vostro smartphone – funziona nutrendosi di energia (tantissima), acqua e metalli. Un esempio? Meta ha in progetto un data center grande quanto metà dell'isola di Manhattan e potente quanto cinque reattori nucleari... Tornare indietro comunque non si può visto che in campo ci sono enormi investimenti delle Big Tech: Morgan Stanley ne ha previsti per un valore di 620 miliardi di dollari nel 2026, quasi quattro volte di più rispetto al 2023. Aggiungiamo poi alcuni dubbi più che rilevanti: l'Ia ci renderà più competenti o più dipendenti? Creerà una società più equa o più diseguale? Chi ne risponde quando un algoritmo sbaglia? Senza dimenticare i milioni di posti di lavoro che questa entità invisibile priva di ogni stimolo, nonché simbolo del capitalismo più sfrenato, si divorerà insieme a preziose quantità di energia.
Insomma, mentre noi comuni mortali siamo in parte (quasi tutti) attratti dall'hype che circonda l'Ia e in parte (ancora pochi) spaventati dalla sua progressiva ascesa, i grandi della Terra sono in corsa per dominare il settore. Lasciate perdere per un attimo le Big Tech e pensate al duello tra Stati Uniti e Cina. Sia a Pechino che a Washington, infatti, l'intelligenza artificiale è considerato uno strumento cruciale nella lotta per l'egemonia globale. Gli Usa si affidano ai suoi giganti hi-tech, più o meno gli stessi di sempre (Google, Microsoft e via dicendo), con l'aggiunta di qualche recente new entry, mentre il Dragone risponde con DeepSeek e con una marea di sconosciute startup pronte a sovvertire l'ordine tecnologico globale (come accaduto nella telefonia, nei pc, nell'automotive). E l'Europa? O si sveglia in fretta o resterà schiacciata tra i due giganti. Il prossimo obiettivo per di americani e cinesi, intanto, ha già un nome, Agi (intelligenza artificiale generale), che inaugurerà una fase - ancora ipotetica ma apparentemente imminente - in cui le macchine promettono di superare gli esseri umani.