Antonio Menegon, “l’ingegnere anti autovelox” che da giorni è scomparso nel nulla, avrebbe dovuto parlare. La suggestione funzionale alle narrazioni questa volta c’entra meno di niente: Menegon avrebbe dovuto parlare davvero - e proprio in queste ore - in un’aula di tribunale, a Cosenza, nel processo appena iniziato sugli autovelox T-Exspeed v 2.0. Avrebbe dovuto testimoniare da “super consulente” della Procura, dopo anni passati a smontare, pezzo dopo pezzo, un sistema che per decenni ha funzionato senza che nessuno avesse davvero interesse a chiedersi quale fosse il confine tra la truffa autorizzata dallo Stato e la necessità di perseguire sicurezza sulle strade. Piaccia o no, è da qui che bisogna partire per provare a capire perché la sua scomparsa, a quasi due settimane di distanza, non può essere ridotta alla domanda se si sia trattato di un allontanamento volontario o meno, di un suicidio o meno. Quello che c’è da chiedersi è “perché” e “cosa c’è dietro”, sia in un caso, sia nell’altro. L’odore della ‘Ndrangheta mischiata ai colletti bianchi – e chi firma si assume tutte le responsabilità di ciò che afferma – si sente sempre più forte.
Menegon - anche se nelle narrazioni sulla sua scomparsa si tende a ricordarlo sempre di meno – è il tecnico che aveva messo la firma su consulenze capaci di spegnere decine di apparecchiature in tutta Italia, dimostrando che quegli strumenti erano “approvati ma non omologati”, e che le versioni depositate al Ministero delle Infrastrutture non coincidevano con quelle effettivamente installate lungo le strade. Un dettaglio solo in apparenza burocratico, perché da quel dettaglio discendono migliaia di verbali, ricorsi, sequestri, milioni di Euro e una filiera di responsabilità che non è certo quella di un qualche vigile urbano che preme un pulsante per scattare foto a automobilisti e motociclisti. In quell’aula di tribunale a Cosenza, Menegon avrebbe dato voce davanti a un giudice a ciò che per anni era rimasto confinato nelle perizie e negli atti.
Chi ha lavorato con lui, come Gianantonio Sottile Cervini di Altvelox, racconta al Corriere di Vicenza un uomo determinato. Tutt’altro che rassegnato. Consapevole di muoversi in un campo minato. E, per questo, anche un uomo molto spaventato. E tormentato. Per il processo in corso, ma anche e soprattutto per ciò che stava preparando fuori da quel procedimento. Menegon, riferisce l’amico e collaboratore, aveva già denunciato pubblici ministeri che, a suo avviso, avevano archiviato procedimenti sugli autovelox irregolari senza svolgere alcun atto d’indagine. Aveva denunciato polizie locali e amministrazioni che continuavano a multare fingendo di non sapere. E stava valutando un passo clamoroso: denunciare alti funzionari del Ministero dei Trasporti. Ecco perché all’ipotesi dell’allontanamento volontario o, peggio, del suicidio, non ci crede nessuno di tutti quelli che gli erano vicini.
Le minacce, riferiscono i collaboratori, erano costanti. Settimanali. Nel 2024 anche la sua auto aveva misteriosamente preso fuoco. E è innegabile che smontare il “giochino” degli autovelox significa incidere sia sui bilanci della criminalità organizzata, sia su quelli delle istituzioni. Soprattutto quando hanno “conti correnti in comune” o, più semplicemente e senza scomodare metafore, interessi nascosti in comune. Quello di Menegon era un lavoro che esponeva. Che isola. Che mette davanti a rischi grossi. Ora al lavoro ci sono due Procure e non è un caso che mentre quella di Vicenza ha aperto un fascicolo senza ipotesi di reato, quella di Cosenza sta già lavorando sulla “pista calabrese”.
Pensare che si sia tolto di mezzo volontariamente significa immaginare qualcosa di troppo distante dall’immagine dell’uomo e del professionista che Menegon aveva sempre mantenuto. È un’ipotesi possibile, per carità, visto che è comunque di un essere umano che stiamo parlando. Ma è un’ipotesi che stride con tutto il resto: con la sua storia, con il suo metodo, con quella determinazione quasi ostinata che lo aveva portato, a 78 anni, a diventare il perno di un’inchiesta nazionale. Più probabile, purtroppo, che Menegon fosse diventato un problema. Perché produceva prove.