Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, dove si occupa dell’ “addestramento” dei modelli di intelligenza artificiale, e che prima aveva lavorato anche per OpenAi, si è dimesso perché “l’IA potrebbe distruggere l’umanità entro dieci anni”. Gli fa eco Evan Hubinger, sempre di Anthropic, a capo della squadra che si occupa della sicurezza dei modelli (che non si è dimesso): “Jacob ha ragione, crediamo sinceramente che l’AI possa uccidere tutti gli esseri umani”. Adesso, da scrittore mi fa un po’ impressione scrivere quanto sopra nel linguaggio asettico della cronaca (cosa che stanno facendo tutti gli organi di informazione); solo un po’ perché da anni sono convinto (almeno dal 1984, anno in cui uscì Neuromante di William Gibson) che la fantascienza e la distopia, ma anche l’horror, il western – non per niente Case, il protagonista del romanzo è un “cowboy della console” - ma certo anche il “giallo” – qui prodest -, la letteratura “di genere” insomma, siano il vero “neorealismo” alla faccia del romanzo “borghese” che scivola sulla superficie delle cose e dei parquet senza andare mai in fondo alla questione contemporanea.
Eppure, il primo testo che parla della ribellione dell’intelligenza artificiale è un dramma del 1920, R.U.R., Rossum’s Universal Robot, dello scrittore ceco Karel Capek, ed è il testo in cui per la prima volta appare il termine “robot”, inventato dal fratello di Karel, Joseph, in ceco “robota” (lavoro faticoso, servitù). Non solo: è anche il testo dove per la prima volta appare l’intelligenza artificiale “generativa”, ossia quella che apprende da sola, in collaborazione con le altre intelligenze artificiali e che alla fine decide che il genere umano non sia indispensabile, anzi. Ho “riscoperto” il testo per il teatro e ne ho scritto l’adattamento per il Teatro Stabile di Catania: sorprendentemente, questo classico del teatro (fu la fonte di ispirazione per Metropolis, di Fritz Lang; secondo H.G. Wells fu un vero e proprio plagio), fu messo in scena in Italia, una sola volta, nel 1933 e poi mai più, e ringraziando, Rita Gari, già presidente del Teatro Stabile di Catania (dimessasi), Roberta Torre del Teatro Pirandello di Agrigento e Miska Ruggeri del Teatro Stabile di Abruzzo (teatri che lo metteranno in scena nel 2027) devo dire che il sistema teatrale italiano, che parla a vanvera e trombetta di innovazione, sta un po’ trascurando questa produzione che è insieme classica, profetica, che ci parla del nostro futuro e che è stata l’opera seminale e germinale (due parole abusatissime ma adeguate in questo caso) di tutta il filone che va da Robocop a Terminator, passando appunto da Neuromancer (che sarà una serie per Apple+ l’anno prossimo).
D’altronde, se vogliamo parlare di “generi”, dato che adesso pare indispensabile citarla, l’Odissea non è forse un grande (il grande) romanzo di genere? Non ci sono forse mostri e magie? Non è un fantasy horror? Quest’era povera di pensiero e ricca di economia è un filo teso tra Nietsche (la trasvalutazione di tutti i valori) e Marx (l’econommia del plusvalore). E’ esatto: i “valori” non sono scomparsi, sono diventati “economici”, laddove i “valori” antichi erano soprattutto “antieconomici”. Ma ci sarebbe da scriverne trattati e saggi che tra l’altro sono già stati scritti. E’ cambiato qualcosa? Non mi sembra. Ma vuoi vedere che l’Intelligenza Artificiale tutto questo torto non ce l’ha?