Se non è un avvertimento, poco ci manca. La copertina dell'ultimo numero di Newsweek raffigura un drone che trasporta una bomba. Il tema? La nuova frontiera del terrorismo. A 25 anni dal tristemente noto 11 settembre, e cioè dagli attentati che hanno cambiato per sempre la sicurezza occidentale, il magazine americano ha raccontato la grande trasformazione del “terrore”. I terroristi non hanno a disposizione armi fantascientifiche ma, se possibile, qualcosa di peggio: tecnologie un tempo riservate agli eserciti e ai governi ora diventate accessibili, economiche e facilmente reperibili. Già, perché se nel 2001 i 19 uomini di Al Qaeda riuscirono a provocare una strage epocale utilizzando strumenti rudimentali, oggi un piccolo gruppo o persino un singolo individuo può compiere azioni simili potendo contare su un arsenale hi-tech infinitamente più ampio. E soprattutto più difficile da intercettare. La trasformazione del terrorismo è iniziata già con l’ascesa dello Stato islamico, che ha intuito prima di altri il potenziale dei piccoli droni commerciali, trasformandoli in strumenti d’attacco e propaganda. In sostanza, non servivano più costosi velivoli militari come gli MQ-9 Reaper americani: bastavano apparecchi relativamente economici facilmente acquistabili sul mercato. L'Isis ha sfruttato anche i social network per fare qualcosa che i gruppi terroristici del passato non avevano mai potuto fare su quella scala: raggiungere direttamente un pubblico globale, reclutare combattenti, raccogliere denaro e diffondere propaganda.
Bruce Hoffman, esperto di terrorismo del Council on Foreign Relations, ha fatto sapere che proprio l'Isis è arrivato a reclutare circa 53mila combattenti stranieri provenienti da 80 Paesi. Oggi, però, il salto tecnologico potrebbe essere ancora più significativo. L’intelligenza artificiale permette di produrre contenuti, automatizzare attività e moltiplicare la capacità operativa di soggetti che dispongono di risorse limitate. La questione più inquietante non è quindi una singola applicazione dell’Ia, ma la possibilità che venga integrata con sistemi autonomi e droni. Un velivolo senza pilota può diventare più difficile da neutralizzare se riesce a operare con maggiore autonomia, mentre una quantità crescente di dispositivi può complicare enormemente il lavoro di chi deve individuarli e distinguerli dalle migliaia di apparecchi innocui che volano ogni giorno. A rendere ancora più delicato lo scenario c’è poi ciò che sta accadendo sui campi di battaglia. La guerra in Ucraina, per esempio, è diventata un gigantesco laboratorio per l'impiego dei droni, ma anche per la formazione di operatori capaci di utilizzarli. Le competenze sviluppate sul fronte possono infatti uscire dal teatro di guerra e finire nelle mani di criminali, miliziani o organizzazioni terroristiche. Carl Peterson, analista di Militant Wire, ha parlato di una vera e propria “diaspora dei droni”: conoscenze, tecniche e potenziali canali di approvvigionamento che possono attraversare i confini e raggiungere soggetti completamente estranei al conflitto.
Il problema è che la difesa rischia di diventare strutturalmente più costosa dell’attacco. Un drone relativamente economico può costringere le autorità a impiegare sistemi di rilevamento e intercettazione molto più sofisticati e dispendiosi. E quando ai droni si aggiunge l’Ia, la sproporzione potrebbe aumentare. La tattica a sciame, combinata con sistemi capaci di contribuire alla selezione degli obiettivi, rappresenta una delle prospettive più preoccupanti: molteplici apparecchi che arrivano contemporaneamente da direzioni diverse potrebbero mettere in crisi anche sistemi di difesa avanzati. Un attacco potrebbe colpire infrastrutture energetiche, reti digitali, cavi sottomarini, impianti industriali o grandi eventi, provocando conseguenze ben oltre il numero delle vittime immediate. Dopo l’11 settembre le intelligence occidentali hanno costruito sistemi sempre più sofisticati per individuare organizzazioni, finanziamenti, comunicazioni e movimenti sospetti. Ma quel modello funziona meglio quando esiste una struttura riconoscibile da seguire. Il terrorismo del futuro potrebbe invece essere più frammentato, composto da piccoli gruppi, individui radicalizzati online e criminali capaci di mettere a disposizione competenze e strumenti. Un attentato non deve necessariamente essere preparato per mesi da una grande organizzazione: può nascere dall’incrocio tra un’ideologia estremista, una tecnologia acquistabile sul mercato e competenze reperite online.