Stiamo tutti parlando di Sigfrido Ranucci e c’è dell’egocentrismo in questo, tiriamoci via dall’imbarazzo. Sappiamo bene che il giornalismo si scrive per le notizie e per chi le trova, cioè noi stessi. Dunque, Ranucci. Pare, scrive Selvaggia Lucarelli, che sia stato lui a firmare una delle più entusiastiche tra le recensioni a La svolta, il suo libro tra memoria e inchiesta: “Un capolavoro sulla lotta quotidiana per libertà di informazione […] Appassionante, contiene diversi piani narrativi, tra il rigore delle inchieste, il dietro le quinte, parti intimistiche, con punte altamente emozionanti e commoventi. Un romanzo dei nostri tempi”. La firma tale Emilio Cresci, dietro cui si nasconderebbe in realtà proprio Ranucci (l’account della recensione, infatti, era a suo nome). Non serve neanche andare tanto in là con le ipotesi, basta restare al racconto che il giornalista fa nel libro: storie con amanti, fonti o stagiste, in questi tanti anni di carriera (e, per lui, di matrimonio, che, si dice, era comunque già in crisi).
E poi ci sono i messaggi mandati a Valter Lavitola. Il 9 giugno 2026 si vanta con l’amico degli elogi ricevuti dai suoi ammiratori: “Sigfrido come sempre sei un grande. Il migliore. Complimenti per tutto. Report Italia con Ranucci premier”; “Milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese”; “Puoi fare altri cinque anni in tv e poi ti candidi nel 2032 preparando per tempo tutto il progetto. Prenderesti minimo il 70%”. Poco prima, il 10 maggio, era Ranucci stesso a scrivere a Lavitola: “Negli ultimi 28 giorni ho avuto 21,4 milioni di visualizzazioni e aumentato di 14 mila follower in 28 giorni”. Il sondaggio, pagato soli 8 mila euro (questa la cifra nel preventivo della società che lo avrebbe elaborato, la Izi Metodi), è solo un ulteriore tassello, evidentemente non l’unico. Pare che Ranucci, con Lavitola, stesse cercando di tenere traccia della sua popolarità. Con quale obiettivo, se, come dice Lavitola, nella speranza di candidarlo in politica, o più semplicemente per vanità, lasciamo a voi deciderlo.
L’egocentrismo è la vanità e, con la solita bibliografia stantia, dal biblico “vantitas vanitatum et omnia vanitas” al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, quest’ultima si può arrivare a condannarla senza grandi discorsi. “Chi si loda s’imbroda”; “troppa lode puzza”; “Chi si vanta, si spianta”; “Ad orgoglio non mancò mai cordoglio”. E così via. Quello che sfugge è che questo fenomeno può avere diverse forme e dunque può essere sottoposto a giudizi diversi. L’egocentrismo è, in sé, un peccato veniale della borghesia, un vezzo, un atteggiamento superfluo eppure radicato nel carattere del cittadino per bene. Il borghese è l’uomo che segue il costume della sua società, cercando il profitto, una vita soddisfacente, la sicurezza personale e per la propria famiglia. In questo senso l’egocentrismo è perfettamente tollerabile, se non auspicabile. Un po’ di narcisismo olia le conversazioni e i rapporti sociali. La vanità alimenta il mercato, perché il vanitoso non cerca solo l’auto buona, ma anche l’auto bella, e così per i vestiti, le scarpe, i ristoranti e gli edifici. C’è poi un’altra forma di ecogentrismo, che riguarda quelli come Sigfrido Ranucci, fondamentalmente in contraddizione con l’atteggiamento pubblico di certi personaggi.
Da uno come Ranucci, il cui stile (ne avevo già scritto qui) ha a che fare con la magia di certi rituali civili atti a scongiurare la morte del giornalismo d’inchiesta, con la sua giacca di pelle, la barba incolta e così via, non ci aspetteremmo deviazioni tanto superficiali. Ce lo aspettiamo, uno come Ranucci, tornare tardi dal lavoro e mangiare pane e latte, bere molto, ma da solo, e fumare molto, sempre da solo. Ce lo aspettiamo disinteressato ai social e con qualche difficoltà a soddisfare pienamente i naturali bisogni dell’uomo, perché troppo preso dalla ricerca della verità, perché distratto costantemente dalla sua battaglia, condotta ovviamente in solitaria. Ce lo aspettiamo, in poche parole, immune dal narcisismo. Ranucci è anche il simbolo di una certa sinistra che vorrebbe dirsi antiborghese (ma cosa farebbe, poi, senza la borghesia che passa il tempo a distruggere?) e che dunque dovrebbe evitare qualsiasi concessione tipica di questa classe. E invece, ora che il caso Lavitola è deflagrato, scopriamo che Ranucci è dedito all’autocompiacimento. Dopo la bomba, dopo le indagini, dopo le sentenze, anche se vittima di un attentato, la sua immagine sarà irrimediabilmente compromessa. Ma abbiate pietà di lui, che come tutti è un uomo e come tanti è normale, semplice, anche banale, lontano dalla mitizzazione fatta da chi lo ha sfruttato come strumento politico. Vanitas vanitatum, “State buoni se potete”.