Sì, David Rossi era un uomo fragile, ma no: non aveva deciso di farla finita. Anche se hanno provato in tutti i modi a farcelo credere dopo che il corpo del manager di MPS fu ritrovato, ormai 13 anni fa, sul selciato di un vicolo di Siena, proprio sotto a quello che per lungo tempo era stato il suo ufficio. Quel volo perpendicolare dal terzo piano di Rocca Salimbeni in una fredda sera di marzo del 2013, oggi, può essere chiamato “omicidio”. Lo dicono ormai anche le carte della Commissione Parlamentare d'Inchiesta che da tempo lavora al caso. E lo dicono, ora, anche con il rigore della scienza forense. Raccontando un’altra storia rispetto a quella a cui sembrava si dovesse credere per forza.
La nuova perizia del medico legale Robbi Manghi e del tenente del RIS Adolfo Gregori, infatti, smonta definitivamente l’ipotesi del suicidio. Lo seziona. Lo rende fisicamente impossibile “semplicemente” guardando in faccia David Rossi e la verità. I segni sul volto — quei tagli sul labbro, quell'impronta sullo zigomo — non possono essere conseguenze di un impatto con l'asfalto di vicolo Monte Pio, ma la prova di una lotta consumata prima dietro una scrivania, poi contro la sbarra di sicurezza e quei fili antipiccione che sono diventati, per pochi, terribili istanti, lo strumento di una tortura (e forse anche l’ultimo appiglio per Rossi).
La testa del manager sarebbe stata premuta con forza contro il telaio della finestra, poi il corpo sarebbe stato sostenuto nel vuoto. Forse per una minaccia. Eppure, se la scienza ci dice oggi "come" è morto David Rossi (riaprendo di fatto un processo che non s’era voluto celebrare), la cronaca e la coscienza dovrebbero imporre di chiedersi "perché". E, soprattutto, chi ha avuto così tanta fretta di chiudere il sipario. Perché per tredici anni abbiamo assistito alla messinscena di un uomo che si lascia cadere a candela, quasi fosse un atto di volontà, ignorando schegge di legno sul davanzale e lesioni al fegato che parlavano di percosse? C’è, inutile fare finta di niente, un’ombra lunga che si stende su Siena e che arriva fino ai gangli vitali della finanza e, se le piste suggerite dalle analisi più profonde non mentono, fino agli interessi opachi della criminalità organizzata. L’odore della 'Ndrangheta si sente da lontano. E “la Giustizia”, ancora una volta, stava per fare la figura del coniglio impaurito. O forse troppo ben addestrato, scappando, ma contestualmente mostrandosi feroce, davanti alle evidenze per rifugiarsi nell’archiviazione facile?
Una Giustizia che ha costretto Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi, moglie e figlia di David, a trasformare il dolore in tigna. A studiare perizie. A inseguire testimoni. A cercare megafoni mediatici ormai indispensabili in Italia per provare a avere giustizia veramente (attenzione, è grave davvero). A andare a sbattere di continuo contro un muro che oggi, finalmente, mostra le prime crepe irreversibili. Solo che adesso bisogna rendersi conto, tutti, che l’omicidio di David Rossi non può essere trattato più “solo” come un caso giudiziario complicato o al limite viziato, ma va trattato come una ferita sociale aperta. Ammettendo che il potere (quello marcio), quando trema, sa essere ferocemente sbrigativo quando c’è da mettere tutto a tacere in un Paese e in un “sistema Giustizia” che poi, di contro, ha bisogno di oltre un decennio (quando basta) per leggere persino ciò che il corpo di un uomo, nella sua tragica caduta, gridava fin dal primo istante.