Alla fine è successo davvero: al termine di Spagna-Argentina, Donald Trump è sceso sul manto verde del MetLife Stadium per consegnare il trofeo iridato ai vincitori del Mondiale, è salito sul palco e lì, sorridente e compiaciuto, è rimasto durante i festeggiamenti finali insieme agli infastiditi calciatori spagnoli. Era già successo al Mondiale per Club del 2025. Stesso stadio, stessa scena: il presidente degli Stati Uniti in piedi accanto ai vittoriosi giocatori del Chelsea. Solo che in quest'ultimo caso Trump era al centro della premiazione, accanto al capitano dei Blues James, mentre domenica sera è finito in disparte, allontanato da Rodri e quasi compatito dall'amico, e presidente delal Fifa, Gianni Infantino. Chiaro l'obiettivo di Donaldone: traslare il successo della Roja, di Lamine Yamal e di Ferran Torres, in un suo personalissimo successo politico. Peccato che il marketing abbia funzionato fino a un certo punto. Colpa di un torneo iniziato male e finito ancora peggio, tra polemiche e controversie che hanno spinto il Washington Post a definire il Mondiale appena archiviato “un caos” durante il quale “gli Stati Uniti hanno ospitato il mondo mostrando il loro volto peggiore”. Ancora più secco e diretto il Guardian, per il quale “tutte le critiche rivolte a questo torneo si sono dimostrate fondate e giustificate”. Ma cos'è che ha fatto incaz*are gli addetti ai lavori e diventare apatici milioni di appassionati e tifosi di calcio?
Bisogna partire dal rapporto tra Trump e Infantino per poi proseguire seguendo gli affari portati a casa dalla Fifa con il benestare del tycoon. I due sono talmente “amici” che è bastato un richiamo del primo per spingere, con il silenzio assenso del secondo, la federazione internazionale che governa il calcio a ritirare la squalifica per cartellino rosso a un giocatore degli Stati Uniti, nello specifico Balogun, generando un clamoroso precedente. Una roba del genere, fanno notare gli osservatori più critici dell'amministrazione Trump, non si è vista neppure durante il Mondiale in Russia quando la Fifa aveva a che fare con un tale Vladimir Putin. Infantino, avvocato e uomo d'affari svizzero-italiano-libanese, ha da tempo spiegato di voler massimizzare fatturato e profitti della Fifa (peccato che la Fifa abbia un singolare status giuridico di associazione svizzera e che questo gli consenta di non pubblicare bilanci e rifuggire a qualsiasi controllo legale), e per farlo non ha esitato a portare il Mondiale in Paesi come Qatar, Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti (di Trump), e cioè Paesi gestiti da leader ben felici di investire denaro sonante in cambio di un bella opportunità di sportswashing. In poche parole: utilizzare eventi sportivi per ripulire la propria reputazione e distogliere l'attenzione dalle proprie malefatte. Per la cronaca, tra biglietti (costi folli: per la finale avevano un costo di partenza di oltre 5.000 dollari) e pubblicità, la Fifa dovrebbe essersi intascata circa 15 miliardi di dollari. Anche grazie a quelle fastidiose pause tra un tempo e l'altro, i famigerati hydration break, che più che aiutare gli atleti a refrigerarsi danno l'impressione di essere slot pubblicitari mascherati.
Questa Coppa del Mondo è inoltre stato il più grande evento di scommesse della storia, con l'aumento del numero di squadre che ha ampliato le possibilità di puntare in maniera clamorosa. In attesa di dati ufficiali, mentre l'edizione del 2022 in Qatar aveva attratto 35 miliardi di dollari di scommesse (a livello mondiale) per le sue 64 partite, l'edizione del 2026, con oltre 100 partite, dovrebbe aver sfondato il tetto dei 50 miliardi. Peccato che scommettere su una partita nel quale un giocatore espulso finisce per essere in campo non sia per niente allettante. È proprio questo ha spinto numerosi appassionati a dubitare del corretto svolgimento della competizione, tra decisioni arbitrali dubbie, cartellini controversi e un Var che non ha sempre funzionato a dovere. Il Freak Show del Mondiale 2026 si conclude con la menzione degli assurdi divieti di viaggio negli Usa che hanno reso difficile per molti tifosi (e alcuni giocatori) assistere alle partite. Trump ha insomma favorito gli affari della Fifa in cambio di un palcoscenico globale (non sfruttato a dovere). Il problema, in ogni caso, non riguarda tanto il tycoon ma la trasformazione dell'organismo a capo del gioco del calcio in una calamita per soldi e malaffare.