Donald Trump ha appena dichiarato guerra? Sì, ma non a un Paese. Al principio stesso del libero mercato. Stavolta il bersaglio sono le auto straniere, che da mezzanotte (come nei peggiori film catastrofici) dovranno affrontare un bel dazio del 25% per entrare negli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: “Ci avete fatto pagare? Bene, adesso tocca a voi”. Dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, il presidente con la cravatta rossa che pende sempre di traverso ha dichiarato: "Il nostro Paese è stato saccheggiato, non accadrà più. Oggi è il giorno della liberazione. È il nostro turno di prosperare". Una mossa che ha fatto partire le sirene in tutta Europa, mentre lui rilancia il suo slogan: Make America Rich Again. Ma a colpi di dazi. Un ritorno al protezionismo più becero, con l’appoggio del sindacato United Autoworkers e una promessa: "Con questi soldi ci ripaghiamo il debito e tagliamo le tasse". Geniale, se non fosse che intanto si rischia una guerra commerciale con mezzo mondo.

Oltre alle auto, Trump ha fatto scattare anche dazi su birra e lattine d’alluminio. Il Dipartimento del Commercio ha confermato: da venerdì 4 aprile parte il giro di vite. E mentre Wall Street balla al ritmo del caos (con Tesla che vola +5% dopo la voce che Elon Musk mollerà l’amministrazione), l’Europa cerca di non andare in tilt. Christine Lagarde prova a suonare la carica: "Schiena dritta e facciamoci sentire. Non possiamo apparire disuniti". La Francia, attraverso la portavoce Sophie Primas, ha annunciato una reazione in due fasi: prima l’acciaio e l’alluminio, poi una risposta settore per settore entro fine aprile. Macron e Ursula von der Leyen sono già al telefono. Ma l’aria è da “incubo a Bruxelles”. Giorgia Meloni: "Non voglio la guerra commerciale, ma se serve...". E l’Italia? Per una volta, Meloni si smarca con una piroetta, cercando la prudenza ma mandando anche un messaggio chiaro a Washington: "Resto convinta che si debba scongiurare una guerra commerciale, ma non escludo risposte adeguate per proteggere le nostre produzioni". Tradotto: se ci fate male, vi rispondiamo colpo su colpo. Anche perché gli Stati Uniti sono il secondo mercato di destinazione dell’export italiano, cresciuto del 17% in un anno. Colpire noi significa colpire direttamente il Made in Italy . E non solo quello da vetrina. Dazi del 10% su tutti i Paesi da domani, con punizioni extra fino al 49% per chi “ha trattato male l’America”. L’Unione Europea? Colpita al cuore: dazi al 20%, la metà esatta di quel 39% che – secondo Trump – Bruxelles avrebbe imposto ai prodotti Usa. “Ci hanno derubato per anni, sono patetici”, ha tuonato con lo stile sottile di un wrestler in conferenza stampa. Le nuove tariffe scatteranno il 5 aprile, ma i “peggiori trasgressori” (Cina, Giappone, India, Vietnam, Cambogia) si beccano mazzate fino al 46% già dal 9 aprile. L’euro, nel frattempo, si prende una rivincita simbolica e si rafforza sul dollaro, mentre in Europa sale la tensione.

Il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, è preoccupatissimo: "Applicare un dazio del 25% ridurrebbe fortemente la competitività delle eccellenze italiane. L’export agroalimentare in Usa vale quasi 8 miliardi, un quarto di quello europeo". Vino (2 miliardi), olio (1 miliardo), pasta (1 miliardo), formaggi (550 milioni): ogni 10 prodotti agroalimentari venduti nel mondo, uno va in America. E se improvvisamente non ci va più, finisce che quel vino, quell’olio, quella pasta si ammassano qui. Crollano i prezzi. Saltano i margini. Si gonfia l’Italian sounding (cioè le imitazioni). E addio crescita da record. Anche il settore farmaceutico lancia l’allarme: "Siamo tra i più esposti", dice Alessandro Chiesi. «Serve una risposta europea, non singoli stati in ordine sparso». Intanto, sul fronte industriale, c’è già chi paga pegno. Cogne Acciai Speciali non rinnoverà alcuni contratti a termine e ha avviato la cassa integrazione per 500 dipendenti: a pesare sono proprio i dazi al 25% sull’acciaio, entrati in vigore lo scorso 12 marzo. Ma il rischio più grosso riguarda proprio il mercato dell’auto. L’Italia esporta componenti e auto assemblate, ma soprattutto è legata al mercato europeo, che con questo schiaffo potrebbe vedere ridursi gli scambi. E con Stellantis che già viaggia tra scioperi e tensioni, la nuova tassa Usa rischia di mandare tutto fuori giri. Mentre l’Europa prende tempo, il Canada carica a testa bassa. Il ministro delle Finanze ha promesso una “risposta forte e strategica” per difendere le industrie canadesi. L’aria è da Far West economico, con tutti pronti a estrarre. Insomma, Trump è tornato. Con le stesse idee di dieci anni fa, lo stesso populismo, lo stesso gusto per il caos calcolato. E se il mondo non si muove in fretta, a pagare il conto – ancora una volta – sarà l’Italia. Quella che esporta, quella che produce, quella che sta sempre a metà tra orgoglio e schiaffi. E stavolta, lo schiaffo, potrebbe arrivare forte e chiaro da quello che pensavamo essere un "amico".
