Dopo un anno di attesa e qualche battaglia burocratica, alla fine il sipario si è alzato: la cerimonia per il conferimento del premio "Maestri dell'Arte della Cucina Italiana" si è finalmente svolta. Un riconoscimento che, manco a dirlo, ha visto protagonisti otto imprenditori e personalità d’eccellenza nel settore enogastronomico. Ma se oggi possiamo parlare di questo premio con il suo nome ufficiale, il merito è in gran parte di un uomo che, tra chiacchiere a 100 euro al chilo e uova di Pasqua fino a 105 euro, ha insistito come solo un Maestro sa fare: Iginio Massari. E infatti il provvedimento che istituisce il premio porta proprio il suo nome, la cosiddetta "Legge Massari". A conferire gli ambiti riconoscimenti, nientemeno che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell'Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida, i quali, tra sorrisi e strette di mano, hanno sottolineato l’importanza di valorizzare chi contribuisce a portare l’eccellenza culinaria italiana in giro per il mondo. "La chiamiamo ‘Legge Massari’ proprio per riconoscerne a pieno titolo la paternità al Maestro". Anzi, a Massari è stata addirittura offerta la guida della commissione che avrà il compito di selezionare i futuri insigniti del titolo. Un incarico di prestigio, ma che porta con sé anche una domanda inevitabile: in base a cosa vengono scelti i destinatari? L’ispirazione al "Meilleur Ouvrier de France" è evidente, ma con una differenza sostanziale: se in Francia, dal 1925, i migliori artigiani della cucina si guadagnano il titolo attraverso prove ed esami rigorosi, in Italia il meccanismo è un po’ più morbido. Qui niente test, niente giudici inappellabili, niente tensione da competizione: l’unico requisito è avere almeno 15 anni di esperienza nel settore. Insomma, più che un riconoscimento al merito, sembra una celebrazione alla carriera. E allora, il dubbio sorge spontaneo: non è che stiamo premiando i più longevi e non necessariamente i più bravi? Il rischio è che, senza un vero criterio di selezione basato sulle competenze dimostrate sul campo, il premio si trasformi in un’occasione mondana più che in un autentico sigillo di qualità. Certo, i nomi scelti finora non lasciano dubbi sulla loro importanza nel panorama gastronomico italiano, ma cosa succederà in futuro? Diventerà un riconoscimento effettivamente prestigioso o solo un’onorificenza di cortesia? Noi abbiamo deciso di girare queste e altre domande a uno dei decani della critica gastronomica, Edoardo Raspelli. E il "cronista della gastronomia" non ci è parso molto entusiasta di questo premio...

Raspelli, cosa ne pensa di questo nuovo premio istituito con la Legge Massari?
Il mio Pesce d’Aprile con cui annunciavo la mia nomina a ministro del Turismo ha avuto 20.000 visualizzazioni ed un mare di applausi come per uno scherzo ben riuscito! La stessa bravura l’ha avuta il governo italiano con questo premio di cui non sapeva niente nessuno, nemmeno io. E la cosa ha mortalmente ferito il mio orgoglio e la mia autostima. L’Italia arriva ultima a dare spazio a questa realtà così importante per l’Italia: è da decenni che la nostra Maestra Francia premia un cuoco come Meilleur Ouvrier de France!
C’è qualche nome tra i premiati che non le sembra proprio adatto a essere considerato un “maestro”?
Non conosco e non so chi siano Franco Pepe e Maria Francesca Di Martino e gli altri... Nulla dire sulla grandezza e la figura di Riccardo Cotarella, nume del vino italiano nel mondo e nemmeno sul grande Massimo Bottura, che piangeva con me per le critiche di Striscia La Notizia, anche se io lo consolavo dicendogli che era un grande. Carlotta Fabbri e le sue ciliegie sono un ottimo prodotto industriale, ma sempre uguale. Carlin Petrini? All’ex compagno Carlin rimprovero il cambiamento di uno slogan. Da “Spurchett fa grasset” ("Lo sporco fa grasso"), mi aveva chiesto di stroncare il capo dei veterinari della Regione Piemonte che glielo aveva rimproverato, a “Buono, pulito e giusto”. Ha inventato quel capolavoro mondiale che è Slow Food, ma non si può passare da Mara Cagol (appartenente alle Brigate Rosse, nda) a Papa Francesco: ci vuole coerenza. A Pier Cristiano Brazzale tanto di cappello per la Fondazione Mondiale del Latte, ma la sua azienda non è famosa soprattutto per il Gran Moravia, un grana che viene fatto in un rifugio straniero?
E su Iginio Massari?
La supponente difesa delle sue chiacchiere vendute a 100 euro al chilo è uno schiaffo al consumatore italiano che tira la cinghia per arrivare a fine mese. Mi sembra uguale a quegli influencer che raccontano le loro vacanze in barca a Dubai, e chi le paga? O i ristoranti da 300-400 euro a cranio.
Tu avresti premiato qualcun altro?
Sarebbero stati meglio altri nomi, più legati al Made in Italy: Ettore Prandini (presidente di Coldiretti, ma anche allevatore di bovine e produttore di latte per il Grana Padano e di grandi vini), Antonio Santini, del Pescatore di Canneto sull’Oglio, grande cucina di casa nostra, il Ristorante San Domenico di Imola, Carlo Cracco a Milano, Angelo Gaja, Maurizio Zanella, Giancarlo Aneri, Marisa Cuomo e la famiglia Tommasi per i vini, Plinio Vanini non tanto per i suoi 71 concessionari di AutoTorino ma per il suo meraviglioso esemplare relais dí ospitalità carni e salumi a Mantello o Francesco Pellegrino per l’olio Trappitu…
