“Dai rapporti commerciali dell’Italia con gli Stati Uniti dipendono circa due punti in più o in meno di Pil. Non succede con nessun altro paese al mondo”. Intervistato da Corrado Augias a “La Torre di Babele” su la 7, il giornalista economico Federico Fubini delinea un quadro a dir poco preoccupante: “Se i dazi arrivassero davvero, comportando anche solo un dimezzamento dell’impatto che gli scambi con gli Stati Uniti hanno per l’Italia, questo significherebbe che il nostro paese è in recessione”. Il tema è, ovviamente, quello dei dazi del 25 per cento sulle importazioni dal resto del mondo – Unione europea, e quindi Italia, comprese – che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncerà questa sera, quando a Washington saranno circa le 4 del pomeriggio. Il tycoon ha presentato la revisione della sua politica commerciale come sempre con toni trionfalistici, parlando di “Liberation day” – giorno della liberazione – da quello che alla Casa Bianca continua ad essere considerato il “parassitismo” di Bruxelles e, più in generale, di tutti quei paesi che attraverso la bilancia commerciale traggono giovamento dal commercio con gli Usa.

“Avendo una crescita debolissima, intorno allo 0,5 per cento, l’impatto dei dazi ci farebbe finire in decrescita”, continua Fubini. A fungere da determinante per questo scenario tutt’altro che confortante è il fatto che la bilancia commerciale dell’Italia con gli Stati Uniti è fortemente in attivo: “Nel 2023 l’Italia ha esportato merci per un valore di 63,7 miliardi di euro, mentre ne abbiamo comprate per circa 25 miliardi. Dunque ha avuto un surplus commerciale di circa 42 miliardi di euro”, continua Fubini. Ciò significa che la differenza tra il valore di quanto esportiamo e quello di quanto importiamo dall’altra sponda dell’oceano Atlantico è ampia, ma anche che l’andamento della nostra economia è fortemente influenzabile dalle scelte di politica commerciale prese a Washington. Non solo: dopo la Germania, l’Italia è il secondo mercato di sbocco per gli Usa, condizione che per anni ha reso gli Stati Uniti un territorio molto redditizio per le nostre aziende. Ora, però, l’imposizione dei dazi che potrebbero colpire svariate categorie merceologiche come vini, cibo, automobili e prodotti tessili, rischia di causare contraccolpi molto pesanti per le casse dello stato, capaci di influire direttamente sul dato del Pil italiano: “Per noi è una partita vitale”, conclude Fubini.

Un dato si aggrava se guardiamo al peggioramento delle nostre relazioni commerciali con la Germania, altro partner cruciale con il quale siamo però in deficit commerciale – importiamo molto più di quanto esportiamo. La crisi tedesca ha ridotto i volumi degli scambi con Berlino, rendendo ancora più importante il mantenimento di buone relazioni economiche con gli Stati Uniti. Una necessità che, l’imminente arrivo dei dazi, rischia di far svanire con l’ennesimo terremoto generato dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca.
