Alle cinque del mattino, più in silenzio possibile tra pochissimi familiari e rigorosamente dentro una chiesa. Così è stato l’ultimo saluto a Nazzareno Fiorillo. Niente fiori sulla pubblica piazza, niente inchini tra le vie del borgo, niente folla a seguire il feretro del "contabile" che, grazie alla capacità di tenere un profilo basso e sedersi al tavolo con colletti bianchi e clero, aveva portato la ‘ndrangheta un po’ più su della Calabria. Il questore di Vibo Valentia, Rodolfo Ruperti, ha applicato il protocollo più rigido: esequie blindate, partecipazione ridotta al nucleo familiare ristretto e forze dell’ordine a fare da argine e scrutare visi e targhe di auto. Fiorillo, 61 anni, detto “U Tartaru”, è uscito di scena pochi giorni fa in un ospedale di Pescara, lontano da quella terra che aveva cercato di ridisegnare nella sua geografia criminale. Non era, insomma, un soldato semplice.
S’era guadagnato i gradi girando per l’Aspromonte a parlare con i mammasantissima di Siderno, San Luca e Marina di Gioiosa Ionica per ottenere il "bollino" di ufficialità per il nuovo locale di Piscopio. Un salto di qualità che serviva a uscire dall'ombra dei Mancuso di Limbadi (quelli dell’inchiesta Scott Rinascita di Nicola Gratteri, di cui su MOW abbiamo già parlato, e che costò anche a U Tartaru una ulteriore condanna a cinque anni), il colosso che nessuno osava sfidare. È la colpa che la stessa ‘ndrangheta non gli ha mai perdonato, pur riconoscendogli “il talento” di sedere ai tavoli dove si decide se un’azienda deve vivere o morire. Se un appalto deve scivolare verso Roma o più su o restare tra le pieghe del vibonese. L’Abruzzo (soprattutto con la ricostruzione post sisma dopo il terremoto de L’Aquila), ma anche il Lazio e il litorale romano, fino alle Marche dopo il sisma del 2016. Sempre replicando un modello di business fatto di imprese edili, bar, ristoranti e trasporti, schermi perfetti per una bacinella – la cassa comune – che non doveva mai restare vuota.
Dietro l’autorevolezza gerarchica, però, si nascondeva pure il paradosso di un boss che odiava il rumore del piombo perché disturbava gli affari.
Nelle carte dell’operazione Rimpiazzo e nei verbali del maxiprocesso Rinascita-Scott, emerge un uomo che negli ultimi anni era diventato il bersaglio dei suoi stessi compari. Rosario Battaglia e Rosario Fiorillo non gli avevano perdonato il peccato originale: non aver partecipato attivamente alla faida contro i Patania di Stefanaconi. Anzi, secondo i collaboratori di giustizia, “U Tartaru” era andato a sedersi proprio con i nemici per "guardarsi il suo", per cercare una pace che salvaguardasse la sua incolumità e i suoi investimenti. Lo volevano morto. Il nipote, Michele Fiorillo detto “Zarrillo”, avrebbe dovuto essere l’esecutore, secondo i desideri di un clan che vedeva nella diplomazia dello zio un segno di debolezza. O, peggio, di tradimento.
Era riuscito a garantirsi in vita (oltre la malattia) grazie all’infinità di segreti che custodiva. Per lo più segreti finanziari, visto che per anni era stato l’uomo che parlava con i colletti bianchi (anche quelli religiosi) per infiltrare il marcio nell’economia legale. A farlo fuori fin dove la ‘ndrangheta non è riuscita, ci ha pensato una malattia che dal 2019, anno del suo arresto, lo ha consumato tra le celle di Lanciano e i letti d’ospedale, nonostante le istanze dei legali per un differimento della pena sempre rigettata. Anche da quella Cassazione che era e resta il porto delle nebbie. È morto da detenuto, praticamente in esilio per volontà stessa della ‘ndrangheta, e, ormai, portandosi anche dietro i dettagli di quella proiezione verso il Centro Italia che ha travolto persino Mafia e Camorra e che ha rappresentato la faccia più evoluta - e, per questo, più pericolosa - della ‘ndrangheta di adesso. Quella che non parla più un dialetto incomprensibile, ma tantissime lingue. Latino compreso.