Jeffrey Epstein non era soltanto un finanziere americano che aveva costruito un impero personale attraverso relazioni con miliardari, politici e personaggi influenti. Era anche un uomo ossessionato dalle informazioni riservate, dai segreti altrui e dalla possibilità di utilizzarli a proprio vantaggio. “Mi piace avere delle cose sulle persone”, ha confidato una volta al giornalista del New York Times James B. Stewart. Ecco, questa frase assume un significato emblematico alla luce delle migliaia di documenti emersi dagli archivi del Dipartimento di Giustizia statunitense. È a partire da questo materiale che Jacopo Iacoboni ha scritto Honeypot. Come la Russia ha infiltrato l'operazione Epstein (Baldini+Castoldi), il suo ultimo libro dedicato ai rapporti tra il finanziere e la Russia. Ci sarebbe un interessante filo rosso da seguire nel quale traffico sessuale, intelligence, finanza internazionale e tecnologia sembrano intrecciarsi in maniera tutt'altro che casuale. La tesi del volume è questa: Epstein potrebbe essere stato parte di un sistema più ampio. Un sistema nel quale la raccolta di informazioni compromettenti sulle élite occidentali avrebbe rappresentato una risorsa strategica anche per... Mosca.
Questo non significa che Epstein fosse un agente segreto inquadrato formalmente nei servizi russi. Il finanziere statunitense ha però più svolto, più o meno volontariamente, il ruolo di intermediario tra una parte rilevante del mondo politico russo e le élite occidentali. I riflettori sono puntati sulle donne che gravitavano attorno a lui, alcune delle quali provenienti dall'Europa orientale. Il meccanismo ipotizzato è quello, come recita il titolo del libro di Iacoboni, della honeytrap. Si tratta di una tecnica di intelligence che sfrutta relazioni sentimentali o sessuali per avvicinare persone influenti, conquistarne la fiducia e ottenere informazioni utilizzabili per eventuali ricatti. Qualche nome citato nel volume? Karyna Shuliak, cittadina bielorussa diventata una delle persone più vicine a Epstein e destinataria di una parte consistente del suo patrimonio. Oppure quello di Masha Drokova, già legata al movimento giovanile putiniano Nashi e successivamente trasferitasi negli Stati Uniti, dove ha lavorato nel mondo degli investimenti tecnologici. Un altro nome importante è quello di Sergey Belyakov, ex funzionario russo con legami con l'ambiente dell'FSB, con il quale Epstein intratteneva rapporti e scambiava informazioni. In alcune email del 2015, per esempio, il finanziere gli chiese di verificare la posizione di una donna russa che avrebbe tentato di ricattare un importante imprenditore americano. Belyakov gli rispose fornendo dettagli sulla sua attività e sui suoi trascorsi. Gli archivi mostrano inoltre che Epstein cercò di utilizzare le proprie conoscenze per avvicinare personalità russe di primo piano, compreso Vladimir Putin (anche se non esistono prove documentali di un suo incontro con il presidente).
La rete di Epstein si estendeva anche alla Silicon Valley. Tra i contatti menzionati in atti e documenti figuravano Peter Thiel, fondatore di Palantir, oltre a esponenti di primo piano della finanza e dell'industria tecnologica statunitense. Ecco: un simile intreccio di frequentazioni solleva preoccupanti interrogativi sul possibile utilizzo di queste relazioni per favorire interessi economici e politici russi. C'è poi un altro nodo spinoso riguardante la trasformazione dei segreti privati raccolti in strumenti di pressione. Unendo nomi, legami e personaggi coinvolti, emerge il potenziale di una rete come quella costruita da Epstein: un sistema pericoloso, ma anche estremamente interessante per chiunque volesse mettere le mani sui segreti delle élite occidentali. Le informazioni raccolte, infatti, non riguardavano soltanto politici e leader, ma anche imprenditori e figure di primo piano alla guida di alcuni dei settori tecnologici più strategici del pianeta: un patrimonio di relazioni e possibili informazioni riservate che, almeno in teoria, avrebbe potuto trasformarsi in uno strumento di influenza. È qui che entra in gioco il kompromat, termine russo che indica la raccolta di materiale compromettente da utilizzare come leva di pressione e che, in uno scenario del genere, potrebbe assumere anche una valenza geopolitica. La Russia ha davvero sfruttato la rete di Epstein per raggiungere i propri obiettivi geopolitici? Il finanziare era a conoscenza di tutto ciò? Domande e interrogativi destinati a restare tali.