Vent’anni. Un’era nel tempo della tecnica, un niente nel sonno dogmatico di un’Italia che continua a scambiare l’immobilismo per prudenza e il pregiudizio per etica. Il 20 febbraio 2006, Luca Coscioni moriva per la seconda volta. La prima era stata quella clinica, quel pomeriggio del 1995 in cui i muscoli smisero di obbedire al comando della corsa; la seconda è stata quella definitiva, biologica, arrivata dopo aver trasformato il proprio corpo in un manifesto politico vivente. Ma oggi, a due decenni di distanza, ci accorgiamo che la vera agonia non è stata la sua, bensì quella di un Paese che non riesce a emanciparsi da una tutela spirituale diventata zavorra cognitiva. Siamo rimasti soli. Siamo rimasti orfani di una laicità senziente. Siamo senza Dio. Perché Dio, quello vero, quello che è “D’io”, s’è perso tra i tornanti di una trascendenza che non parla più all'umano e siamo drammaticamente soli con una Chiesa la cui ottusità ha smesso di essere dogmatica per farsi amministrativa, quasi catastale, del dolore. Purché sia dolore degli altri. Una Chiesa che abita il tempio, che lucra al tempio, ma ignora il corpo, che è l'unico vero fanum rimasto all'uomo. E in questo vuoto di pensiero, non c’è più Marco Pannella, cazzo! Quello che mordeva le coscienze, quello che ricordava a modo suo che il diritto non è un’elargizione del potere, ma il respiro naturale della libertà. Senza il suo satyagraha, siamo scivolati nel mutismo di chi ha tutto da dire ma non ha più una lingua per farlo.
Siamo ancora lì: alla lotta tra l’Io sovrano e l’ombra istituzionale. In quella tensione insopportabile tra la voluntas (la volontà che si fa progetto) e la necessitas (il limite biologico e normativo). Luca Coscioni non era un malato che faceva politica; era la Politica che si riappropriava del corpo per strapparlo al sequestro del sedicente sacro. Eppure, l’appiattimento culturale italiano continua a subire il fascino perverso di una morale eteronoma, una morale che viene da un “fuori” che in verità è un dentro a ogni tipo di schifezza e da un “sopra” che in verità è un gradino più giù dell’inferno. Perché riduce la persona a “caso clinico” o “peccatore da redimere”. Mai a soggetto di diritto. La letteratura greca aveva già decodificato questa hybris del potere contro l'individuo. Sicuramente nell'Antigone di Sofocle, certo. Ma per scendere negli abissi della psicologia del limite, sempre Sofocle s’era inventato il Filottete. L'eroe abbandonato nell'isola di Lemno, colpevole solo della sua piaga incurabile e del suo grido che disturba il silenzio dei sani. Di Filottete si pretendeva l’arco, non l’uomo. Insomma, la vita ma solo se emendata dalla sua pretesa di autodeterminazione. Ma forse è nel Prometeo Incatenato di Eschilo che troviamo la cifra esatta del martirio di Luca Coscioni: “Vedi questo spettacolo: io, l'amico degli dèi, io che ho contribuito a stabilire la tirannide di Zeus, da quali torture sono fiaccato per suo volere. [...] Il male è questo: non poter né tacere, né parlare delle mie sfortune”.
Prometeo è l'uomo della ricerca scientifica. Colui che ruba il fuoco (la conoscenza) per darlo ai mortali, pagando con l'immobilismo forzato su una rupe, a farsi mangiare organi che si rigenerano per rinnovare la tortura. Luca Coscioni è stato Prometeo, ma senza l’Olimpo: anzi, da Orvieto! A incatenarlo non fu Zeus, ma una Legge 40 che portava il sapore del medioevo nel terzo millennio e uno Stato che si genuflette davanti a ogni alito di porpora. Come oggi. Esattamente come oggi. Filosoficamente, siamo davanti alla sconfitta della laicità come cura sui, come cura di sé. Abbiamo permesso che la Chiesa e i suoi derivati diventassero unici custodi del senso del fine-vita. Direttamente o, peggio ancora, condizionando. Dimenticando Dio. E dimenticando, quindi, che la morte è l’atto più intimo, l’ultima declinazione della libertà. Siamo soli mentre anche la scienza viene trattata da stregoneria se non si piega alla liturgia. E dove, contestualmente, il 95% delle malattie rare viene abbandonato perché il profitto non sposa la compassione. Perché la compassione non ha l’odore dei soldi e allora ‘sti cazzi pure la liturgia. Il proibizionismo ideologico sulla ricerca -dagli embrioni alle staminali, fino al sabotaggio dei campi sperimentali - è una patologia filosofica. È la rinuncia al Logos in favore di una superstizione di Stato in una Italia che esporta cervelli e importa dogmi da un paio di migliaia di anni. La cosa più tragica in tutto questo nel giorno dei vent’anni dalla seconda morte di Luca Coscioni? Non c’è più Marco Pannella. Non c’è più quel “folle” lucido, quel catalizzatore di verità ciniche e nude che sapeva usare il corpo, il digiuno e la parola come grimaldelli per scardinare l’ipocrisia. Quella stessa ipocrisia che oggi è affetta da un appiattimento encefalico totale, per dirla con il filtro della pietà clinica. Sì, oggi, al di là di qualche timidissimo scarto in avanti di qualche regione, è esattamente come venti anni fa. Perché la risposta delle istituzioni, influenzate da un Vaticano che pare rimasto fermo al Sillabo, continua a essere la negazione della soggettività. Si predica la “sacralità della vita” per nascondere la profanazione della libertà. È il paradosso del “non potere”: la volontà del malato è chiara, ma il “potere” - statale e religioso – maschera divieti e ostacoli da tutele morali.
Marco Pannella sapeva che la battaglia di Luca Coscioni riguardava il diritto di ogni individuo di non essere proprietà né di Dio né dello Stato. Lo sapeva al netto della politica. Lo sapeva sull’impulso sacro di una spinta eretica. Senza Marco, da quando Marco non c’è più (o forse da quando Marco non era già più Marco) siamo tornati al dubbio che è peccato e all'obbedienza che è virtù civile. Eppure la lezione di Luca, quella carezza ruvida che ha lasciato, è che il “Deserto” non vince finché c'è qualcuno disposto a trasformare il proprio privato in un'agorà. Vent'anni dopo, siamo ancora chiamati a scegliere: se essere cenere che si disperde nell'inerzia tornando a essere cenere o se essere quel fuoco rubato da quel Prometeo che si chiamava Luca Coscioni. Quel Prometeo degli anni Novanta che ha provato a spiegarci senza più la voce per farlo, ma aiutandosi con un sintetizzatore vocale, che se la volontà è il motore dell'umano, il “non potere” imposto per legge è un crimine contro la dignità. Siamo soli, è vero. E siamo senza il vero Dio, soffocato dal Dio che ci propinano. Ma in quella solitudine c’è la nostra ultima libertà: quella di smetterla di chiedere il permesso per esistere e iniziare, finalmente, a pretendere il diritto di decidere come vivere e come, un giorno, smettere di farlo.