“Il Joker di Nolan è un pazzo anarchico che vuole rivoltare il potere, pare Beppe Grillo”. Così, qualche anno fa, con le sue solite sortite pittoresche, il compianto critico web Federico Frusciante descriveva il fondatore dei 5 stelle: mentre la puntata di Pulp Podcast ci mostra il ritorno di un Grillo ancora in forma, che non ha di certo perso lo smalto comico e la passione travolgente, ma con lati del carattere smussati dall'inesorabile vecchiaia e dalle vicende degli ultimi anni. Negli ottanta minuti di conversazione, il comico apre diverse volte a riflessioni profonde e malinconiche: racconta della sua nuova vita da pensionato, del rapporto con la famiglia e della situazione del figlio Ciro. Parlando di quest'ultimo quasi si commuove, segnato dalla sofferenza per i guai giudiziari (un lungo procedimento in cui il figlio minore di Grillo è imputato con l'accusa di violenza sessuale di gruppo), e racconta che: “Ciro si è laureato, ora studia per diventare avvocato penalista. Vuole difendersi da solo e gridare la sua innocenza al mondo”. Continuando sul filone riflessivo, Grillo rompe un grande stigma della società italiana, parlando apertamente e in pubblico di fallimento, fine del consenso e perdita del pubblico. In particolare ripercorrendo e mettendo a nudo le ragioni del suo progressivo ritiro dal palcoscenico: “Ho fatto teatri dove parlavo a 10.000 persone a sera, poi ho diminuito, e non volevo fare la fine di quello che va col teatro mezzo vuoto. Allora ho detto: fermo, guardiamo un po' cosa succede”. Nonostante le diverse note amare, durante la puntata Grillo si è abbattuto prepotentemente contro Mr. Marra e Fedez, che sembrano assomigliare sempre di più ai Fazio o Vespa del web (per l'evidente incapacità di incalzare e fare domande scomode agli ospiti, più potenti sono e più è evidente).
Oltre alle solite digressioni che spaziano dalla vita personale e professionale, a Edgar Allan Poe, fino a Gino Paoli, Grillo ha dimostrato di non aver perso l'intuito politico. Ecco la diagnosi definitiva sul fenomeno Vannacci: “Il futuro di Vannacci sono le domande stupide. Chi lo contesta ha fatto la sua fortuna. Vannacci è come una decalcomania: più ci sputi, più si appiccica”. Il messaggio è chiaro: più ci si indigna, più si fa il gioco del Generale. Le varie indignazioni superficiali alle uscite del leader di Futuro Nazionale non sono un effetto collaterale della sua comunicazione, bensì ne fanno parte. Altro spunto fornito, che gran parte dei progressisti dovrebbero far proprio per iniziare a contare qualcosa, è quello sull’immigrazione e il concetto di straniero, con cui smonta anni di propaganda identitaria e razzista in pochi attimi. Analizzando l'ascesa dell’Afd in Germania con i grandi successi nelle elezioni dei vari lander, il fu garante pentastellato spiega la sua visione del concetto di straniero: “Lo straniero non esiste: esiste il povero. Lo straniero quando ha un milione di dollari va in qualsiasi parte del mondo occidentale, gli fanno la cittadinanza in cinque giorni. La periferia ha una visione terrificante: ‘Mi porta via il lavoro, delinque, mi fa star male’. Il centro delle città dice: ‘No, è un valore aggiunto, fa i lavori e tutte le cose per cui non abbiamo più la manodopera’. Due visioni opposte”.
Il filo del discorso, si sa, con Grillo si perde, si attorciglia e ogni tanto si ritrova, ma finalmente si arriva sulle questioni tanto cercate da Fedez: il Movimento odierno a guida Conte. Prima l’intervistato annuncia chiaramente di “non avere né energia né strumenti per lanciare un nuovo progetto politico", poi va all'attacco di Conte e del suo ex partito, sfornando alcune delle battute più brillanti e divertenti del podcast: “Il Movimento di oggi è in mano al Reverendo Jones, l'uomo che sussurrava ai cavilli. Ci sono queste persone che si agitano dentro un movimento che di progressista ha solo la paralisi della mente progressiva, cioè non hanno un'idea del futuro”. Insomma a Grillo questa svolta progressista non è andata giù e con Conte i rapporti non sembrano essere migliorati, complice anche la disputa legale tra i due per il simbolo e il nome del M5S. Rivendica inoltre la paternità di un progetto politico che però lui stesso rischiò di far sparire: dopo la sciagurata scelta di avallare il governo Draghi, che sfasciò la comunità pentastellata, costrinse Conte ad un grande lavoro per non far cadere nell’irrilevanza una compagine politica che oggi è stabilmente la terza forza del paese. Lo stesso “banchiere del diavolo” Draghi, con cui Grillo scambiava messaggi segreti e bizzarri come “le fragole sono mature” e “i mirtilli ancora no”. Si è parlato anche di Intelligenza Artificiale, dai suoi pregi fino alle potenziali catastrofi future come la sostituzione dell'uomo con la macchina, riflessione in cui Grillo dimostra il suo solito nichilismo satirico: “Dio oggi è un algoritmo. Le macchine ci sostituiranno, sarà una liberazione, faranno un lavoro migliore di noi per il pianeta. Abbiamo distrutto i Neanderthal con l'Homo Sapiens, ora l'Homo Sapiens sarà distrutto dall'Homo Technologicus”.
La puntata si conclude con un attacco al vetriolo riservato all'ormai ex amico Marco Travaglio e al Fatto Quotidiano: “Il Fatto Quotidiano è diventato un giornale quotato in borsa, si è allargato: presidia teatri, congressi, televisione e web. Ha una sua direttiva politica precisa e dà resoconti di conseguenza: non lo leggo più, non ho più interesse a farlo. Con Travaglio non mi sento e non ho più alcun rapporto, perché non abbiamo più niente da spartire: quando una persona pretende che la realtà debba per forza coincidere con la propria opinione, il dialogo si interrompe. Non ho nulla contro di lui, resta un ottimo professionista”. Travaglio viene descritto come un giornalista capace, ma con il vizio di formare e descrivere la realtà secondo le proprie opinioni. Mentre al giornale viene mossa una critica che affonda le radici nel lontano 2009: anno della nascita del Fatto, avvenuta in simbiosi con l'ideale grillino delle piazze del V-Day, ideale che oggi - secondo il comico - non incarna più, in favore di una quotazione in borsa e di una vocazione nel presidiare eventi. E così giunge al termine l'ennesimo delirio romantico e politico di un sempre eruttivo Beppe Grillo. Un uomo che, nel bene o nel male, ha cambiato il nostro Paese.