“Dobbiamo essere orgogliosi di essere Italiani”. Lo ha detto, nei giorni scorsi, una mamma che aveva appena perso suo figlio nella strage di Crans Montana. E’ vero: al di là di colori e di chi si sente rappresentato da chi, l’Italia ha dato una bella dimostrazione. Dentro il dolore. Dentro la sofferenza. Dentro l’indignazione. E l’ha data nell’unico modo che rende onore al verbo “dimostrare”: essendoci. Esserci per accompagnare. Esserci per sostenere. Esserci per provare a alleggerire. Sono le stesse ragioni che, oggi, hanno fatto annullare tutti gli impegni già in calendario del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha voluto esserci di persona nel gelo composto di Martigny. Alla cerimonia per la strage di Crans Montana e, simbolicamente, a fianco alle famiglie italiane. Un capo istituzionale che s’è fatto figura morale: prima all’ospedale di Zurigo, lontano da telecamere e proclami, a stringere idealmente le mani dei genitori di Elsa Rubino e Leonardo Bove; poi alla cerimonia ufficiale con Emmanuel Macron, dove le parole sono state poche e necessarie. Cordoglio. Vicinanza. Giustizia. Nessuna enfasi, nessuna retorica. Solo la misura che si addice alle tragedie vere e poche parole con i giornalisti.
In quei gesti – la rosa deposta, il registro firmato, l’incontro riservato con i medici – lo Stato c’era. C’era nell’emergenza, c’era nella cura, c’era nella responsabilità internazionale. E lo stesso si può dire delle parole pronunciate da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di oggi sull’anno di governo: l’Avvocatura dello Stato mobilitata, la promessa solenne alle famiglie di non lasciarle sole, la volontà dichiarata di perseguire ogni responsabilità. Anche qui, sul piano di Crans Montana, l’Italia ha mostrato un volto serio. Presente. Persino esemplare. Eppure sia il viaggio in Svizzera di Sergio Mattarella, sia la conferenza stampa di Giorgia Meloni, sono state anche due grandi occasioni perse per chiedere scusa per quelle volte in cui lo Stato non c’è stato. O è mancato. O ha mancato.
Perché sì, mentre lo Stato si dimostrava capace di esserci oltre confine, dentro i propri confini, più o meno nelle stesse giornate, accadeva l’opposto. Due omicidi hanno squarciato il tessuto civile del Paese non per fatalità, ma per omissione. Alessandro Ambrosio, capotreno di 34 anni, è stato ucciso a Bologna da un uomo che non avrebbe dovuto essere lì: gravato da precedenti, fermato più volte, destinatario di un ordine di allontanamento, noto alle forze dell’ordine come presenza problematica nelle stazioni del Nord Italia. Eppure libero, fino a poter pedinare, colpire, uccidere. E qualche giorno prima a finire ammazzata era stata Aurora Livoli, diciannove anni, assassinata a Milano da Emilio Gabriel Valdez Velazco, due volte espulso, irregolare dal 2019, condannato per violenza sessuale, dichiarato socialmente pericoloso dallo Stato e poi rimesso in circolazione per l’incapacità del sistema di rendere effettivi i propri stessi provvedimenti.
Qui lo Stato non c’era? Non c’era nella prevenzione. Non c’era nell’esecuzione delle decisioni assunte. Non c’era nella protezione dei suoi cittadini. E, soprattutto, non c’è stato dopo. Perché a fronte di una presenza istituzionale forte, visibile, nobile e doverosa per Crans Montana, è mancato un gesto altrettanto alto, ma più difficile: chiedere scusa a due famiglie. Simbolicamente. Per tutte. Non un atto giudiziario, non una dichiarazione tecnica, ma un’assunzione pubblica di responsabilità morale verso le famiglie di Aurora e di Alessandro, uccisi nonostante (e non a causa dell’assenza di) atti dello Stato.
“Il buon senso c’era – scriveva Manzoni ne La Colonna Infame - ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Ecco, chiedere scusa, oggi,” approfittando” di due occasioni pubbliche in cui lo Stato dimostrava di saperci essere, avrebbe significato sottrarsi al riflesso automatico dell’autodifesa istituzionale e riconoscere che l’errore, quando è strutturale, non può essere archiviato come incidente. Sarebbe un gesto di civiltà estrema, che avrebbe rinforzato l’autorità e l’autorevolezza, piuttosto che indebolirle. Sarebbe stata l’occasione per essere ancora più orgogliosi di essere italiani, visto che magari, a dirlo, sarebbero state due famiglie in più che vivono lo stesso dolore: figli ammazzati senza colpe. Crans Montana resterà una ferita internazionale affrontata con nobilissima dignità. Bologna e Milano, invece, sono ferite interne ancora aperte. Occasioni perse per dire ciò che spesso manca di più a chi resta: lo Stato ha sbagliato e vuole risponderne, almeno sul piano morale. Senza questo passaggio, la presenza istituzionale rischia di restare impeccabile nella forma, ma incompleta sul piano umano. Che è sempre quello che conta veramente.