Il mercato automobilistico americano è diventato un vero e proprio rebus per i costruttori di Detroit. General Motors, Ford e Stellantis continuano a fare affidamento soprattutto su pick-up e grandi Suv, e cioè modelli capaci di garantire margini elevati, ma devono fare i conti con consumatori più attenti ai prezzi e ai consumi. Tratteggiato lo scenario, è importante poi intercettare una tendenza sempre più evidente: i marchi giapponesi e coreani stanno rosicchiando spazio ai concorrenti statunitensi proponendo auto ibride, vetture efficienti e una gamma più ampia. Sullo sfondo incombe invece la Cina, esclusa di fatto dal mercato statunitense da dazi e restrizioni, ma pronta a mettere ulteriormente sotto pressione i concorrenti occidentali. Si tratta di una combinazione potenzialmente letale per l'automotive di Washington, alle prese con una sfida non solo economica ma anche e soprattutto geopolitica. I riflettori sono puntati sull'imprevedibile Donald Trump. Gli Stati Uniti rappresentano del resto uno dei mercati automobilistici più redditizi al mondo e sono diventati una sorta di rifugio per i produttori stranieri che devono fronteggiare la concorrenza cinese altrove. A proposito: Pechino, alle prese con una capacità produttiva eccessiva e una guerra dei prezzi interna, dovrebbe esportare circa 10 milioni di veicoli nel corso del 2026.
Le auto cinesi stanno già conquistando terreno in Europa, Asia, Medio Oriente e America Latina, mentre le barriere commerciali impediscono loro di replicare direttamente questo successo negli Stati Uniti. A beneficiare della protezione americana, però, non sono soltanto i gruppi locali: anche le case straniere che producono sul territorio statunitense possono sfruttare il mercato per compensare le difficoltà incontrate in Cina e in altri Paesi. È un equilibrio che potrebbe ulterioremente cambiare se Trump decidesse di aprire uno spiraglio ai costruttori cinesi disposti a investire negli Stati Uniti e ad assumere lavoratori americani. Un'ipotesi che ha già allarmato associazioni industriali, fornitori e concessionari, preoccupati per l'arrivo di concorrenti capaci di combinare prezzi aggressivi e tecnologia. La posta in gioco è elevatissima. Secondo i dati riportati da Bloomberg, tra l'altro, la quota di mercato dei tre grandi di Detroit è scesa da circa il 67% del 2000 al 37% nei primi nove mesi del 2026.
In ogni caso la pressione asiatica è già concreta sul mercato Usa, anche senza l'arrivo di BYD, Geely o SAIC nelle concessionarie americane. Lo fanno intendere le stime di Cox Automotive, che ha evidenziato come i marchi asiatici siano destinati a superare il 50% delle vendite statunitensi di auto nuove per il secondo trimestre consecutivo, mentre General Motors, Ford e Stellantis rischiano di scendere poco sopra il 36%, un minimo storico. Toyota si avvicina a GM, mentre Hyundai e Kia insidiano Ford. Il vantaggio non riguarda soltanto i prezzi: giapponesi e coreani dispongono di una gamma ibrida consolidata proprio mentre il costo dei carburanti e l'incertezza economica spingono una parte degli automobilisti verso veicoli più efficienti. Detroit ha trascorso anni concentrandosi sui modelli più redditizi, abbandonando progressivamente berline e auto compatte: una strategia remunerativa finché la domanda di grandi Suv e pick-up è rimasta e resta forte, ma più rischiosa quando cambiano le preferenze dei clienti. I modelli ibridi rappresentano ormai oltre un quinto delle nuove auto vendute negli Stati Uniti e diversi gruppi americani devono appunto ancora ampliare la propria offerta in questo segmento. E allora? Se Detroit vorrà difendere il proprio mercato dovrà dimostrare di saper offrire auto competitive anche per prezzo, consumi e tecnologia. E dovrà farlo prima che la pressione asiatica diventi ancora più difficile da arginare.