Sì, vero, l’ex pezzo grosso di Lotta continua non è il Direttore del Foglio, né il fondatore, né il caporedattore, ma sarebbe meglio se lo fosse. Uno come Adriano Sofri, uno con una storia come la sua, riesce a fare incazzare tutti. Il cattivo maestro, vicino alla sinistra extraparlamentare ma pappa e ciccia con l’elefantino del quotidiano più liberale d’Italia (ma anche un po’ berlusconiano), è una delle firme – espressione pessima e notarile – di punta – altra espressione bruttissima, visto che la punta è lo 0,35/0,40% di qualsiasi oggetto, come fa a essere un termine di paragone per qualcosa di importante (e per chi crede che punta voglia dare l’idea di qualcosa che è in prima fila, allora si ricordi che in prima fila ci sono le pedine e, in passato, gli schiavi). Vabbè, sta di fatto che è lui a firmare un articolo di punta dell’ultimo giovedì di agosto. Vabbè, non sono le chat di Raoul Bova, i video di Stefano De Martino, e si allontana un po’ dalla sessuomania di questa dannatissima estate. Però è uno di quei temi che, be’, chi legge Il Foglio sa di non poter evitare. Anzi, Il Foglio è diventato negli ultimi due anni il “Mia moglie” dei sionisti. Israele ovviamente. Da sempre, dicono, Il Foglio è stato filoisraeliano e filosioniosta. Non lo era Ferrara, che ha poi cambiato idea. Io ho cambiato idea, ma al contrario del Foglio, passando da filoisraeliano a sostenitore della tesi sul genocidio in corso. Quindi nessuno dovrebbe fare la morale a nessuno. Ma Sofri, che di moralisticheggiante ha al massimo i capelli bianchi, i suoi colleghi li sculaccia eccome. Da sempre dalla parte di Israele? Che minchia c’entra, si chiede?

Spiega: “La linea su Israele e Palestina non può non misurarsi col tempo trascorso e a venire”. Anche perché “avere una linea da sempre vale a rinunciare a misurarsi con i mutamenti portati dal tempo, specialmente quando il tempo si fa così tempestoso e precipitoso”. Aggiunge: “Israele contro i palestinesi e contro Israele e contro l’ebraismo e contro la memoria no”. E quindi come fai ad avere da sempre una linea se qualcosa non era mai successo? Il vero tema, semmai, è capire con quale parte di Israele si sta. Ce n’è una che sta portando al suicidio di Israele, termine usato variamente da tantissimi intellettuali: non solo Sofri, ma Anna Foa, Furio Colmbo, all’estero da Jaques Attali e Ian McEwan. È la parte di Netanyahu e dei sostenitori della pulizia etnica e del genocidio. Poi c’è una parte, la stragrande maggioranza della società civile secondo un recente sondaggio ripotato dal pure intransigente e destrorso Jerusalem Post, che non vuole più questa guerra, che chiede al proprio governo di trattare per il rilascio degli ostaggi. Ci sono una destra per lo sterminio e una destra in piazza insieme alla sinistra contro lo sterminio. E Il Foglio deve scegliere se guidare con una sola mano e l’altro braccio fuori dal finestrino in curva, a centocinquanta all’ora, o se vale la pena di dar retta al vecchio Sofri, tenere destra e sinistra sul volante del buon senso, che non ce l’ha con Israele come entità, né (figurarsi) con gli ebrei, né con il Foglio o l’amico Ferrara. Ma deve bacchettarli, perché è controproducente non tanto per loro (i giornali non devono essere efficienti, ma liberi), quando per Israele stesso: “Ferrara aveva rigettato come una sciocchezza la tesi su Netanyahu che manda allo sbaraglio Israele per la sopravvivenza propria (e di sua moglie), e sono molti a sostenere che chiunque altri, al timone di Israele, si sarebbe comportato allo stesso modo. È la convinzione più nemica della ragionevolezza e del libero arbitrio di persone e personaggi – e popoli. È anche la convinzione che più favorisce gli odiatori di Israele e della sua satanica predestinazione.
