“Beato te, beato te”, disse il figlio di Servillo quando scoprì che Toni avrebbe recitato con Guè ne La Grazia di Paolo Sorrentino. L’ha detto il protagonista in conferenza stampa a Venezia. Prima delle riprese, ha ammesso, l’idea di rappare su un suo pezzo lo faceva stare in ansia. In questo film succede pure questo. Il regista ha parlato del suo legame col rapper, anche oltre la stima e la simpatia. È questione di ispirazione: “Al di là del loro valore musicale, alcune parti (dei testi di Guè, ndr) sono estremamente interessanti. Quando dice ‘Chiedo dopo perdono non prima per favore’ per me sta dicendo una cosa che mi ripeto cinquanta volte al giorno, cioè che per chiedere perdono è sempre meglio aspettare”. Da tempo si parla dell’amicizia tra i due. Almeno da quel Venerdì di Repubblica in cui a intervistare l’autore di Tropico del Capricorno fu proprio il premio Oscar. Coppia eterogenea, in molti lo pensarono. Ma Guè non ha mai nascosto l’amore per il cinema e per l’estetica sorrentiniana in particolare. Si sono conosciuti a Milano, alla presentazione di Parthenope. Scatta qualcosa. L’istinto ha la sua parte: “Dietro al novanta per cento dei suoi testi, che non capisco per dei miei limiti generazionali, ci sono delle intuizioni sentimentali molto belle”, ha detto Sorrentino lo scorso anno sempre qui sul Lido. Stavolta l’autore di quelle intuizioni era sul red carpet. Sicuramente Guè è venuto volentieri. Perché bella l’arte, bello il cinema, bello tutto, ma come per Sanremo, anche qui si sta in hotel (vista laguna, non vista mare) e si mangia al ristorante. Si sta bene.
Ma nel film che ruolo interpreta Guè? L’unico possibile, perché nessuno può parlare di sé in terza persona, “lo possono fare solo Maradona e Gesù”. E il vero sé di Cosimo Fini è il rapper. Marino De Santis, il presidente della Repubblica interpretato da Servillo, è un suo fan. La “grazia sgraziata” che Sorrentino vedeva in Guè ce l’ha pure lui. La vista è il senso dei registi, la visione la caratteristica degli autori. Sorrentino possiede entrambe le cose e dunque va oltre “l’iconografia, fatta di armi, champagne, droga, donne facili, orologi di lusso e auto costose”. Dietro tutto questo ci sono due cose: “Ironia e sentimento”. I pilastri di Guè ed elementi che ritornano nel cinema di Sorrentino, altra cosa che li rende affini. E di certo di essere fuori posto Guesus non si cura, lui “è un uomo buono, libero e non va in terapia”. Niente psicanalisi in sala: serve stare al gioco, al passo, come nella musica. È business, come sempre, ma non soltanto. Il rap unisce parole. La Smith & Wesson è un’arma, un brano e una coppia di nomi. Da qualche tempo ne è nata un’altra: Guè & Sorrentino.
